• mercoledì , 24 Luglio 2024

Per spiegare il rapporto di Berlusconi con la giustizia servirebbe un film

Appena trascorsa alla Camera una settimana molto difficile (dove la maggioranza non ha dato sicuramente buona prova di sé, collezionando una serie impressionante di autogol) se ne apre, da domani, un’altra ancora più complessa, che inizierà con un voto sul conflitto di attribuzione (sul caso Ruby) e terminerà con la ripresa della discussione sul c.d. processo breve, finito al quinto posto di un ordine del giorno che contiene altri provvedimenti tra cui il progetto di legge sui piccoli comuni e la c.d.legge comunitaria.
Sarà quindi una settimana calda, in Aula, sui media e nelle piazze. Il Governo (i ministri e i sottosegretari saranno costretti a rimanere inchiodati ai loro banchi per garantire una maggioranza altrimenti precaria) e la coalizione di centro destra saranno accusati di dare priorità alle solite leggi ad personam nell’interesse esclusivo del Cavaliere, il quale vuole ostinatamente sottrarsi ai suoi giudici naturali e ai processi nei quali vengono perseguite le sue malefatte. Il passaggio è stretto e difficile da spiegare agli italiani, perché non è priva di una certa dose di verità la circostanza per cui le nuove norme potranno servire anche al premier nella sua lunga lotta con quei settori della magistratura che lo hanno preso di mira per motivi che nulla hanno a che fare con esigenze di giustizia.
Per fare capire la vera posta in gioco basterebbe proiettare un vecchio film di Dino Risi: “In nome del popolo italiano” del 1971 (con la sceneggiatura di Age & Scarpelli). La storia è presto detta. Il giudice istruttore Mariano Bonifazi (magistralmente interpretato da Ugo Tognazzi) è chiamato ad indagare sulla morte (un apparente suicidio che potrebbe essere invece un omicidio) di una giovane escort (ce ne erano anche allora), Silvana Lazzorini. Tra i “clienti” della ragazza viene individuato un noto imprenditore romano, Renzo Santenocito (interpretato da Vittorio Gassman). Si tratta di uno spregiudicato palazzinaro, con tutti i difetti che la letteratura e la cronaca di quei tempi attribuivano ad un siffatto personaggio: evasore, inquinatore, corruttore di uomini politici, contestato dai figli, organizzatore di feste mondane e quant’altro sia riconducibile ad uno stile di vita discutibile. Santenocito è estraneo al fatto ma non ha un alibi. Avvertendo su di sé l’ostilità del giudice (che si reca al Palazzaccio esibendo l’Unità), dapprima prova di corrompere il magistrato poi tenta di costruirsi una serie di falsi alibi in modo tanto maldestro da farseli smontare in poche ore, aggravando così, sempre più, la sua posizione, fino ad essere imputato dell’omicidio della ragazza ed arrestato.
Quando tutto sembra chiarito, il giudice istruttore viene in possesso di altra documentazione, tra cui il diario della ragazza, dalla cui lettura emerge chiaramente che si era trattato di un suicidio in conseguenza di una delusione amorosa (anche le escort hanno un cuore). Nel diario, il racconto dell’ultima giornata di vita, inoltre, fornisce la spiegazione per tanti elementi che erano stati assunti come prove contro Santenocito, la cui innocenza emerge in modo inequivocabile. Cosi il giudice Bonifazi ritorna in ufficio per provvedere alla scarcerazione. Strada facendo però si imbatte in una manifestazione di sportivi che festeggiano la vittoria della Nazionale di calcio contro quella inglese. Nei protagonisti delle manifestazioni di becero nazionalismo (allora erano ritenute di matrice fascista, oggi è la sinistra ad averle adottate) ed anche di talune violenze gratuite (che purtroppo adesso si ripetono ogni domenica) Bonifazi vede sempre riflessa l’immagine di Santenocito, come espressione di tutti i mali del Paese. Così decide di distruggere le prove della sua innocenza gettando il diario tra le fiamme di un falò.Tutto qui.
Per il regista Bonifazi agisce in modo giusto, in nome del popolo italiano, liberando il Paese di un personaggio negativo, anche a costo di violare il principio fondamentale della giustizia: Santenocito non viene condannato per quello che (non) ha fatto, ma per quello che è. Come Silvio Berlusconi, il quale, nonostante i suoi molti difetti, non è certo come Renzo Santenocito. I suoi giudici, invece, somigliano tanto a Mariano Bonifazi.

Fonte: Occidentale del 5 aprile 2011

Articoli dell'autore

Commenti disabilitati.