• martedì , 23 Luglio 2024

Pensioni: il rebus pretende coraggio politico

Di pensione si muore. Capita anche ai Governi. Ma si può anche sopravvivere. Se si è in grado di risolverne il rebus. In questi giorni, le tensioni sul futuro della previdenza sono forti sia all’interno del Palazzo (dove il sinedrio dell’Unione si accapiglia letteralmente sull’argomento) sia sulle piazze (dove pensionati attuali e futuri protestano) sia sulla stampa e nei documenti ufficiali (la delegazione del Fondo monetario, appena sbarcata a Roma, ci ha detto chiaro e tondo che si aspetta passi concreti in materia).
La coperta è corta, anzi cortissima. Tutti la tirano in direzione opposta. I pensionati ai livelli più bassi chiedono aumenti degli assegni (e quindi della spesa). Gli organismi internazionali e le società di rating una riduzione invece del 16% del pil (o giù di lì) destinato alla previdenza e soprattutto un freno alla crescita del debito previdenziale (che, a normativa vigente, giungerebbe al 180% del pil prima del termine della legislatura e potrebbe innescare il caos nei mercati finanziari).
Il rebus pare irrisolvibile. Invece, si può delineare un percorso per risolverlo. Guardiamo alla Svezia che, come l’Italia, ha trasformato un sistema “retributivo” (in cui le spettanze erano basate sulle retribuzioni avute in vita attiva) ad uno “contributivo” (in cui le spettanze sono correlate ai contributi versati). Conosco il sistema bene perché ne ho raffrontato l’esperienza italiana con quella svedese in due libri, usciti rispettivamente a Washington ed a Londra. Pare che i nostri non si interessano a come gli altri abbiano risolto problemi analoghi a quelli che ci affliggono. Anzi, attanagliano.
In Svezia la transizione da un sistema all’altro è stata fatta nell’arco di tre anni (non su 18 anni – e per le pensioni di reversibilità su 30-35 anni – come previsto in Italia allo scopo di difendere alcune categorie molto care a certo sindacalismo). E’ stata accompagnata da un rialzo dell’età della pensione (a 67 anni, per il momento, ma tra breve a 70- dai 10 ai 13 in più di quelli previsti dalla normativa italiana), con eccezioni per lavoratori in settori e mansioni davvero usuranti (sempre di meno nell’età della terziarizzazione e delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione). Una parte dei versamenti viene incanalata direttamente in “conti individuali” che i singoli possono affidare ad un fondo pensione o gestirli come pare a ciascuno di loro (ma non si possono ritirare prima dell’età in cui si va in pensione). L’età della pensione può naturalmente essere anticipata ma con forti penalizzazioni.
Che lezioni trarne? Le riforme Amato (1992) e Prodi (1996) hanno duramente colpito i giovani (decurtando drasticamente le loro pensioni future) e i pensionati in essere (limando anno dopo anno gli assegni loro spettanti rispetto ai movimenti salariali). Si può iniziare a correggere queste storture (e restare nei vincoli della sostenibilità) con cinque passi da farsi simultaneamente: a) aumentare l’età della pensione (con eccezioni per i lavori davvero usuranti); b) introdurre subito il meccanismo contributivo (estendendo a tutti le tecniche di computo “pro-quota” quali quelle già in atto per coloro che il primo gennaio 1996 erano occupati e contribuenti di Inps e altri enti previdenziali); c) applicare i nuovi coefficienti di calcolo delle spettanze (proposti dal Nucleo di valutazione della spesa previdenziale oltre sei mesi fà) per tenere conto dell’allungamento delle aspettative di vita; d) aumentare le pensioni minime ed agganciarne l’evoluzione all’andamento dei salari (come prima del 1992); e) prevedere un indicizzazione più forte per gli ultra 75enni (a ragione delle più alte spese per la cura della persona in cui si incorre in tarda età). I risparmi sulle voci a), b) e c) – di cui oggi beneficiano, di norma, chi ha redditi alti o medio alti, servirebbero a finanziare le voce d) ed e) , dirette invece a chi è in condizioni di vero disagio. Per risolvere il rebus, ci vuole coraggio politico. Merce rara. Don Abbondio diceva che chi non ce lo ha non se lo può dare.

Fonte: IlTempo del 6 novembre 2006

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