• martedì , 23 Luglio 2024

Parola d’ordine: crescere!

Ormai non c’è più tempo da perdere e non esistono alternative da mettere in campo: o il governo trasforma completamente la manovra – troppo sbilanciata dal lato dell’aumento delle entrate (i due terzi dei provvedimenti comportano maggiore pressione fiscale, senza contare le nuove tasse con cui gli enti locali finiranno per recuperare i tagli ai loro bilanci) – oppure tornerà la speculazione (nel frattempo lo spread è rimasto pericolosamente vicino ai 300 punti nonostante i massicci acquisti di Btp fatti dalla Bce, che non dureranno certo in eterno) e tutti saranno travolti, ceto politico e Paese. È inutile sostituire la tassa di solidarietà con l’aumento di un punto dell’Iva: la seconda è preferibile, perché meno iniqua, ma sarebbe ugualmente recessiva e comunque non cambierebbe la natura tutta e solo congiunturale del decreto. L’unico modo per riformulare in modo più serio e strutturale la manovra economica, ormai orfana di paternità e oggetto di uno scontro politico senza precedenti dentro la maggioranza e ancor più dentro Pdl e Lega, è fare una radicale riforma delle pensioni. La Lega non vuole? Mandiamo in pensione Bossi e Calderoli, i loro niet, le insopportabili invettive e le farneticazioni sull’Italia che scende e la Padania che sale. E, nel contempo, apriamo una nuova fase politica con tutti coloro che nelle opposizioni – da Casini e gli altri del Terzo Polo ai riformisti del Pd (Morando, Ichino, Pinotti, per citare chi si è già espresso a favore di una riforma previdenziale) passando anche per Di Pietro se avrà il coraggio di dare seguito alle aperture verbali degli ultimi tempi – sono disposti a condividere la responsabilità di una scelta impopolare pur di salvare il Paese. Alfano, invece di mediare il non mediabile, si faccia latore di una proposta secca, prendere o lasciare, e se da via Bellerio gli risponderanno “ragazzino non scocciare” come hanno fatto finora, costruisca un’alleanza diversa, se necessario mandando a quel paese anche Berlusconi se insisterà a mantenere l’asse con quel “caso umano e politico” di nome Bossi (sacrosante parole di Pierluigi Battista, scritte sul Corriere e ribadite in un dibattito con Gianluigi Paragone a “Cortina InConTra”). E pure Maroni, che pare sparito proprio mentre servirebbe farsi sentire – per esempio ha cancellato la sua presenza a Cortina, e non credo sia un bel segnale quello che manda – prenda il coraggio a due mani e dica da che parte sta. Perché delle due l’una: o si apre un caso dentro la Lega, e l’unico che può aprirlo è il ministro degli Interni, oppure si apre un “caso Lega”. E la riforma delle pensioni – che Maroni volle nella legislatura 2001-2006 salvo poi dire che fu colpa di Bossi se ad essa venne applicato il famoso “scalone” che di fatto la rimandava alla legislatura successiva, tant’è che Prodi la cancellò – è il vero punto di discrimine.
Certo, non è solo la previdenza che potrebbe far fare un salto di paradigma alla manovra. Ma portare l’età effettiva di pensionamento a 69 anni, equiparando uomini e donne, e abolire totalmente le pensioni di anzianità, il tutto senza scalini e scaloni vari (andrebbe spiegato al ministro Calderoli che i diritti acquisiti non c’entrano niente), rappresenterebbe una scelta politica così forte da consentire di intervenire in modo significativo anche su altri fronti, tra cui un prelievo sui ceti patrimonialmente più abbienti e una cessione dei beni pubblici mobili e immobili, tramite società da quotare in Borsa (vecchia proposta Guarino), avente come fine l’abbattimento diretto dello stock di debito pubblico accumulato. Operazioni che consentirebbero sia di azzerare velocemente il deficit e intaccare il debito, sia di recuperare risorse da dirottare verso investimenti produttivi. Non solo. Una maggioranza parlamentare che approvasse una tale manovra, sarebbe confortata nel compiere un altro passo decisivo: la semplificazione radicale degli enti locali, imboccando la strada suggerita da Formigoni e ripresa da un vecchio studio della Fondazione Agnelli di ridurre a 7-8 le Regioni, e conseguentemente rimodellare Province (in quel caso avrebbero senso in territori vasti e particolari) e Comuni (accorpare quelli sotto i 5 mila abitanti).
Impossibile? Niente affatto, se tutti i parlamentari favorevoli alla riforma previdenziale firmassero un documento comune. Qualcuno si assuma l’onere di cominciare. Prendendo così più piccioni con una fava: la legittimazione (post-berlusconiana) del segretario del Pdl; la verifica di chi nel centro-sinistra è davvero riformista; lo snidamento di chi, come Maroni, si è di fatto candidato al dopo Bossi. Se si avrà il coraggio di andare in questa direzione, si salverà la manovra – che, altrimenti, finirà sommersa dai rovesci dei mercati e abbandonata dalla Bce, che pure l’ha imposta – e con essa il Paese. E si aprirà la strada alla Terza Repubblica. Altrimenti…no, è meglio non dire cosa succederebbe altrimenti.

Fonte: Il Foglio del 26 agosto 2011

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