• martedì , 23 Luglio 2024

“Ora il federalismo dei bilanci”

Attali: la moneta comune non basta. E Dublino smetta di essere un paradiso fiscale
«Gli irlandesi non possono continuare a credere che sia possibile avere il pane imburrato e il panetto di burro intero, devono rinunciare a essere un paradiso fiscale». Jacques Attali è perentorio. L’economista e banchiere, ex consigliere di Mitterrand e Sarkozy, ritiene che «le finanze pubbliche dei Paesi dell’Ue non siano assolutamente sotto controllo» e definisce la situazione «per niente rassicurante». Considera il salvataggio dell’ex tigre celtica un possibile spartiacque. Tutto dipenderà da chi si sceglierà di far fallire, se lo Stato o gli istituti di credito che ne hanno minato le sue fondamenta finanziarie. Nel suo libro «Come finirà?» (Fazi), Attali afferma che Grecia, Spagna e Portogallo pagano cari i prestiti al punto che «non fanno altro che aumentare i loro debiti e saranno presto tutti insolventi». Il francese sostiene che «di fronte a questa deriva non c’è neppure vagamente un’idea comune di quali azioni mettere in atto».
La ricetta per l’Irlanda è inefficace?
«Dipende. Se l’Europa decide di aiutare le banche a non fallire per consentire al governo di non aumentare le tasse è chiaro che non è la soluzione. Si salva il sistema, ma si conserva il malanno che ha creato le premesse del suo fallimento».
Pensa alla corporate tax al 12,5%? Ci devono rinunciare?
«Si. E’ un passo inevitabile per archiviare la natura di paradiso fiscale dell’Irlanda».
Esiste in Europa la volontà di cambiare le cose per andare oltre le difficoltà?
«Abbiamo già vissuto momenti non dissimili e li abbiamo superati. Ora si vede che non basta l’euro senza un federalismo di bilancio. E’ il prossimo passo. Sennò esplode tutto».
Pessimista oppure ottimista?
«Certo non pessimista. Le soluzioni esistono. Federalizzare i bilanci europei, istituire un’agenzia Ue del Tesoro ed emettere eurobond per finanziare le azioni comuni. Si può fare in fretta, è una decisione da tre minuti e mezzo. E’ modo elegante e facile. Può giovare all’Europa. Perché, va ricordato, il debito non è per definizione un’entità cattiva».
Come li convince i tedeschi a emettere eurobond e avere i conti in comune con gli altri?
«Li capisco, in realtà. Temono che la moneta sia debole. Eppure l’euro è destinato a diventare una valuta debole se non avrà una struttura di riferimento, se non c’è una contabilità comune basata su politiche comuni. La partita si sbloccherà quando la Germania si renderà conto che il federalismo di bilancio è necessario».
Nel suo libro prevede il fallimento di Grecia, Portogallo e Irlanda. Preoccupato?
«Non lo sono perché ci sono molti modi per fallire. Un default può essere imposto, oppure volontario. Un riscadenzamento pilotato del debito può non essere un fatto traumatico o catastrofico. Lo si è visto del caso argentino».
In tempi di euroscetticismo, è realistico chiedere un salto così grande?
«Il problema è se abbiamo o meno degli uomini di stato veri, figure capaci di essere all’altezza delle sfide».

Fonte: La Stampa del 22 novembre 2010

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