• martedì , 16 Luglio 2024

Obama proverà a ripartire dall’economia

La commissione sulla responsabilità fiscale potrebbe essere il punto di contatto con i repubblicani.
I Tea Party che entrano trionfalmente al Senato con Rand Paul e Marco Rubio che, reduce da una vittoria schiacciante in Florida, parla in tv dalla festa della vittoria di Coral Gables da leader ispirato, promettendo di «non dimenticare mai di essere un figlio di esuli che in America ha trovato libertà e prosperità». Leader e uomo nuovo della politica Usa: bello, giovane, carismatico, acclamato dai fan e circondato dalla moglie e i bimbi che cercano di aggrapparsi al microfono. Al presidente che, solo alla Casa Bianca, vive la serata più lunga e amara del suo mandato, il ragazzo repubblicano di origine cubana deve ricordare l’Obama di qualche anno fa. Le notizie si accatastano una sull’altra. Quelle buone non sono molte: il Senato che quasi certamente resterà a maggioranza democratica, ma soprattutto perché in West Virginia Joe Manchin è riuscito a convincere gli elettori che a Washington sarà un democratico «anomalo», ostile a molti dei punti-chiave del programma del suo partito e del suo presidente.
VALANGA ROSSA – Per il resto, sconfitte per molti dei candidati per i quali Obama si era battuto con più determinazione, da Alex Giannoulias, candidato ad ereditare il suo seggio di senatore a Chicago fino a Tom Perriello, deputato della Virginia. Una vera e propria valanga rossa (il colore dei conservatori) alla Camera che passa ai repubblicani. Il bilancio finale sarà, probabilmente, quello di un vero massacro: una cinquantina di seggi persi, Nancy Pelosi spazzata via e lo scettro di leader di questo ramo del parlamento che passa al duro (ma pragmatico) John Boehner. Nel giorno del voto il presidente aveva continuato a diffondere gli ultimi appelli – radiofonici, via Internet, su Facebook – rivolti soprattutto ai giovani: un estremo tentativo di convincere gli indecisi, quelli che due anni fa l’hanno votato, ma ora sono delusi e scoraggiati, a non punirlo con l’astensione. La caduta di popolarità del presidente ha frantumato quella coalizione – giovani, ma anche donne e neri, che nel 2008 costituì l’ossatura del suo elettorato. Obama ha concentrato gli ultimi sforzi soprattutto sulla base degli «internauti» che tanto lo aveva aiutato nel 2008. Milioni di cittadini iscritti alla sua «mailing list» sono stati bombardati ieri dai messaggi provenienti dal quartier generale democratico. Firmate da Barack, da Michelle e da altri esponenti del team presidenziale, le letterine elettroniche, personalizzate col nome di battesimo di ogni destinatario, invitavano a contattare almeno tre amici da spingere a votare. Altri messaggi diffusi a raffica in tutta l’America chiedevano ai destinatari di devolvere almeno 20 minuti della loro giornata alla causa democratica, telefonando a un elenco di persone, meglio se nei collegi cruciali. Non è servito a molto: lo stesso Obama è tornato dal suo ultimo giro elettorale con negli occhi l’immagine non esaltante delle tribune dei palasport e dei prati dei parchi nel quali ha parlato – da Cleveland alla sua Chicago – pieni solo a metà.
PROCESSO- Ora si aprirà il processo al team Obama da parte degli esponenti più influenti del Barack Obama (Ap/Owen)
partito democratico è aperto da tempo. Chiuse le urne, è il momento di trarre le conclusioni, di rinnovare, almeno in parte, la squadra di governo. Obama doveva osare di più con la manovra a sostegno dell’economia quando, a inizio mandato, disponeva di un capitale politico ancora intatto? Probabilmente sì, ma anche quelli approvati non sono certo stati interventi irrilevanti. Ma chi si è accorto che il «pacchetto» della casa Bianca ha ridotto le tasse al 95 per cento degli americani? Nessuno, a giudicare dalla diffusa sensazione che negli ultimi due anni le imposte non siano state affatto ridotte ma siano, anzi, salite. Quanto all’occupazione, lo stimolo ne ha creata un po’ finanziando l’apertura di nuovi cantieri, ma soprattutto ha limitato i licenziamenti di insegnanti, poliziotti e impiegati pubblici, dando un po’ di sollievo alle esauste casse di Stati e municipi. Ma dopo poco più di un anno – proprio alla vigilia del voto – i fondi dello stimolo hanno cominciato ad esaurirsi e gli enti locali, di nuovo senza soldi, hanno cominciato a tagliare il personale salvato l’anno scorso. La resa dei conti col suo partito sarà, per Obama, dura e penosa, ma intanto bisogna tornare ai problemi di governo: oggi, dopo la conferenza stampa che terrà alle 6 di sera (ora italiana) per trarre le prime conclusioni dopo il voto, Obama farà le valigie per il lungo viaggio che in 10 giorni lo porterà, oltre che al G20 di Seul, a visitare i suoi più stretti alleati in Estremo Oiente (Giappone e Corea) e le due grandi democrazie del Sud e del Sud Est dell’Asia (India e Indonesia) con le quali cercherà di cementare un’intesa anche in chiave di contenimento della potenza cinese: un regime autoritario spinto dai suoi successi e dall’attuale debolezza degli Usa ad assumere un atteggiamento espansionista.
LA PARTITA DECISIVA – Al ritorno negli Usa, a metà novembre, oltre ad avviare la revisione della strategia per l’Afghanistan, Obama si giocherà una partita decisiva sulle questioni economiche interne: avvio dell’indispensabile ridimensionamento del deficit pubblico di lungo periodo e, soprattutto, la decisione sull’eventuale proroga (totale o limitata ai ceti medi) degli sgravi fiscali di Bush che scadono a fine dicembre. Per Obama un’occasione per riallacciare il dialogo coi repubblicani moderati sulle cose da fare. Con un clima politico ancora surriscaldato, trattare sotto i riflettori del Congresso non sarà facile. Per questo diventa importante il ruolo della Commissione «bipartisan» (10 democratici, 8 repubblicani) guidata dal democratico Erskine Bowles e dal repubblicano Alan Simpson che da mesi sta lavorando alacremente e lontano dai riflettori sui problemi più spinosi della finanza pubblica Usa. Difficilmente la Commissione per la «Fiscal Responsibility», che dovrà presentare le sue conclusioni il primo dicembre, riuscirà a trovare sulle misure da adottare l’accordo abbastanza dettagliato e ampio (il voto di almeno 14 commissari su 18) che consentirebbe al «pacchetto» di andare direttamente al voto del Congresso. Ma se anche democratici e repubblicani «di buona volontà» riuscissero a sgombrare il campo dalle illusioni seminate dai due partiti durante la campagna, chiarendo una volta per tutte che per uscire dalla crisi finanziaria sono necessari tanto i tagli della spesa sociale respinti dai democratici, quanto gli aumenti dei tributi demonizzati dai repubblicani, per Obama si aprirebbe uno spiraglio.

Fonte: Corriere della Sera del 3 novembre 2010

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