• venerdì , 24 Maggio 2024

Non serve il “decreto del fare”, ma una cura choc

Con le armi spuntate non si argina il declino catastrofico del Paese. Serve coraggio, quello vero.
Sparare all’elefante con la pistola ad acqua. Mi è venuta in mente questa immagine osservando le mosse del governo, a cominciare da quella di ieri concretizzatesi nel “decreto del fare”, di fronte al grande moloch della crisi economica. Non discuto il merito dei provvedimenti presi: li do tutti per buoni. Discuto il metodo e la portata di questa iniziativa come di tutto ciò – Imu, Iva, cassa integrazione, lavoro, ecc. – di cui il governo Letta si è occupato. Partiamo dal metodo: anziché occuparsi delle cause della crisi, per poterle aggredire e superare, si tenta di mettere mano alle conseguenze.
Che capisco sia cosa elettoralmente utile – se ci si riesce, però, altrimenti diventa un boomerang – ma non serve a cambiare il corso delle cose. Se il punto di partenza è la recessione (causa) la risposta non può che essere politiche per la crescita, ma se si parte dalla disoccupazione (conseguenza) la risposta rischia di diventare una improbabile politica per l’occupazione, che mira a creare posti di lavoro per decreto. Se poi a questo si aggiunge la portata dei provvedimenti – rinvii di tasse, un po’ di spiccioli per dare più credito alle imprese che investono, riduzione di bollette, meno burocrazia – si capisce perché la sensazione sia quella di combattere una guerra con le fionde. E già, perché qui il tema vero è bloccare l’avvitamento di una crisi che, a politiche invariate, non si fermerà neppure nel 2014. E non ci si fa fronte affidandosi a piccole riforme, magari anche preziose ma di fatto ininfluenti. No, ci vuole una cura choc, un grande piano Marshall per la riconversione economica e produttiva dell’Italia.
D’altra parte, facciamo due conti: il pil nel primo trimestre di quest’anno è andato peggio delle già negative previsioni, con un calo dello 0,6% rispetto al trimestre precedente e del 2,4% rispetto al primo trimestre 2012. La variazione negativa già acquisita per l’anno in corso è dell’1,6%, percentuale che supera le stime sia del governo sia di molti organismi nazionali e internazionali. Ora, non dovrebbe essere troppo complicato capire che se l’economia retrocede da otto trimestri consecutivi (compreso quello attuale), che si aggiungono ai sei trimestri di recessione del 2008-2009 per un totale di tre anni e mezzo (che diventeranno 4 a fine 2013 per un totale di una decina di punti di pil perduti), vuol dire che stiamo parlando di una catastrofe di proporzioni gigantesche. Di fronte alla quale è assurdo sia aspettare che la soluzioni ci arrivi dall’Europa, illudendosi che basti mettere sotto accusa i “tedeschi cattivi” – cosa che ha pure un suo fondo di verità, ma che noi usiamo per deresponsabilizzarci rispetto a quello che potremmo fare a prescindere dall’eurosistema – sia mettere mano solo a politiche soft.
Occorre una massiccia dose di coraggio per una grande iniziativa che: a. metta in gioco il patrimonio pubblico (dello Stato ma anche degli enti locali); b. incentivi ma obblighi il patrimonio privato a rendersi funzionale allo sviluppo; c. converta una fetta tra il 10% e il 20% della spesa pubblica da spesa corrente a investimenti in conto capitale. Un’operazione da qualche centinaio di miliardi, da spendersi sia riducendo in modo significativo il carico fiscale su imprese e lavoro, sia dando il via ad alcuni piani di infrastrutturazione (materiali e immateriali) del paese, sia infine favorendo la nascita di nuove realtà industriali. Questo è il vero “fare”.

Fonte: messaggero

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