• mercoledì , 17 Luglio 2024

Nicolas Sarkozy esita l’Europa aspetta Angela

Mario Draghi ieri mattina ha indicato la strada: può salvare l’euro solo un accordo politico tra Paesi per governare insieme l’economia. Ma Nicolas Sarkozy ancora esita davanti a tutto ciò che possa apparire una sottomissione della Francia ad autorità comuni; vedremo oggi se Angela Merkel mostrerà una Germania un po’ meno chiusa alla solidarietà verso gli altri Paesi. Nella settimana cruciale che ci separa dal vertice europeo del 9, occorre affrontare problemi elusi e rimasti irrisolti per anni. Molto ancora manca a formulare quella proposta comune che il presidente francese e la cancelliera tedesca dovrebbero mettere a punto in un nuovo incontro lunedì.
Può placare le ansie dei mercati, sedare il loro panico, solo un più forte ruolo della Banca centrale europea. Nel suo discorso di ieri davanti al Parlamento europeo l’italiano che ora la presiede ha fatto capire che questo può avvenire, risollevando sui mercati il valore dei titoli pubblici italiani, spagnoli e francesi. Con grande chiarezza ha detto che questo potrà avvenire soltanto sulla base di un nuovo patto politico che riformuli le regole sui bilanci pubblici dell’area euro, rendendole più stringenti.
Altrimenti «l’Europa rischia di essere spazzata via» ha detto ieri Sarkozy; restando tuttavia sul vago quanto ai rimedi. Si attendevano novità dal discorso che ieri sera il Presidente francese, già di fatto in campagna elettorale per la rielezione a primavera, ha pronunciato a Tolone davanti a una folla di sostenitori. Invece ha fatto solo un piccolo passo avanti, verso le sanzioni automatiche contro i Paesi trasgressori proposte dai tedeschi. Nulla su quali autorità dovrebbero esercitare la sorveglianza e come.
Resta ancora la Francia il Paese più restio a sottoporsi a una disciplina comune; soprattutto ad attribuire nuovi poteri alla Commissione europea. Non si tratta solo di orgoglio nazionale. In concreto, grazie alla legge dei più forti (i due Paesi più forti) finora invalsa nell’area euro, il bilancio pubblico francese è assai più squilibrato di quello italiano, pur se gravato da un minor peso di debiti passati. Un riequilibrio secondo linee guida comuni, secondo regole uguali per tutti, inevitabilmente sarebbe pesante.
Però da lì si deve passare. Prendendosi la responsabilità di guidare, e non riuscendoci finora che tardi e male, sia Parigi sia Berlino stanno mettendo a nudo tutte le loro debolezze. Ma non si può evitare il salto in avanti richiesto ora anche dalla Bce con pretesti di rispetto della sovranità democratica dei due Paesi. Per sottrarsi a un impegno solidale la Germania si avvinghia alla lettera di una Costituzione pensata nel 1949 per fermare l’eventuale ascesa di un nuovo Hitler; la Francia rifiuta di intaccare il potere del proprio Stato sperando di difendere un modello di società supposto migliore di tutti gli altri, e invece sempre più chiuso su sé stesso.
Il ritardo nelle decisioni dell’Europa la sta precipitando in una recessione economica che poteva forse essere evitata. Dai suoi propri ritardi, l’Italia è costretta a nuove misure di austerità che sarebbero state meno severe se prese prima. Questi due processi interagiscono, aggravandosi a vicenda. Se il nostro Parlamento intralciasse l’attività del governo a cui ha dato un così ampio voto di fiducia, si prenderebbe responsabilità gravi di fronte a tutto il continente; e darebbe alla Germania un’ottima scusa per continuare a non decidere. Questo va assolutamente evitato, pre precise ragioni.
L’euforia finanziaria aveva creato nell’area euro un micidiale moral hazard, ovvero un perverso incentivo a spendere troppo nell’illusione che si sarebbe sempre trovato credito. Ma lo stato di panico in cui i mercati si trovano adesso lo ricrea alla rovescia: uno Stato tedesco che può prendere a prestito quasi gratis, un Paese dove affluiscono masse di capitali in cerca di sicurezza, non vede ancora tutta l’urgenza della crisi. Speriamo che davanti al Bundestag stamattina Angela Merkel sappia guardare oltre.

Fonte: La Stampa del 2 dicembre 2011

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