• venerdì , 14 Giugno 2024

Lo scontro Generali coinvolge tutta la classe dirigente

TESTATA:
AFFARI & FINANZA
DATA:

La battaglia in corso sulle Generali ha in palio una posta
anomala. Se quello che dicono Carlo Salvatori, Alessandro Profumo
e i loro numerosi alleati è vero, non sarebbe infatti in gioco il
controllo delle Generali e di Mediobanca, ma il modo in cui due
aziende di quel calibro e di quella importanza per il sistema
finanziario italiano vanno gestite.
Non è usuale che si mettano sul
tavolo miliardi di euro e la propria credibilità per questioni di
metodo, e tuttavia questa volta è abbastanza realistico ritenere
che Salvatori e Profumo abbiano in testa proprio quello che dicono
– e cioè che Unicredito non ha intenzione di impossessarsi di
Mediobanca e delle Generali – per almeno due ragioni: la prima è
che nessuno che abbia i piedi per terra può pensare che il sistema
gliele lascerebbe prendere; la seconda è che a muoversi nella
stessa direzione sono in tanti e nessuno di loro, neanche
Unicredito che è uscito allo scoperto per primo, può illudersi che
lo lascerebbero comandare da solo.
Siamo quindi di fronte a uno
scontro di potere, ma a uno scontro di potere di tipo nuovo, che
non riguarda soltanto lo spostamento di influenza da un gruppo di
soggetti ad un altro gruppo di soggetti, ma probabilmente qualcosa
di più, qualcosa che ha a che vedere con la decadenza e la perdita
di competitività del sistema Italia e con la difficoltà della sua
modernizzazione. Se ci guardiamo intorno vediamo alcune storie di
successo, poche, molti problemi e molti rottami. Sono scomparse la
Comit e la Montedison, la Fiat è nella situazione che sappiamo, le
Generali sono molto più deboli di quanto non fossero dieci anni
fa. L’ Italia, paese della moda, non ha un grande polo della moda,
mentre poli di grande successo nel settore sono cresciuti in
Francia; le banche sono più grandi, ma a livello europeo sono dei
nani. Con le privatizzazioni sono cresciuti alcuni gruppi, Pirelli
e Benetton in testa, ma sono tutti molto indebitati. Le storie di
successo sono poche, Unicredito è una di esse, un’ altra è l’ Eni,
quasi eroica è la rinascita delle Ferrovie dello Stato. Ci sono
responsabilità specifiche dietro gli insuccessi, errori
manageriali e imprenditoriali, ma dieci anni dopo la nascita del
Mercato unico europeo, la piena liberalizzazione dei mercati e
alla conclusione quasi del grande ciclo delle privatizzazioni,
tocchiamo con mano il fatto che c’ è ancora una vischiosità nel
sistema, vecchie culture, vecchie logiche, vecchi sistemi di
potere, vecchi personaggi anche, che hanno bloccato, rallentato,
deformato il processo di modernizzazione che l’ apertura dei
mercati aveva avviato e reso necessario. Abbiamo concentrato la
nostra attenzione sulla flessibilità nel mercato del lavoro e
sulla riforma delle pensioni, che sono problemi importanti, ma il
problema probabilmente più grosso era l’ attrito tra il vecchio e
il nuovo, l’ incompatibilità anzi tra vecchie logiche e vecchi
sistemi di potere e le esigenze di un paese moderno e aperto.
Vincenzo Maranghi, l’ amministratore delegato di Mediobanca, è
stato quasi il simbolo di questa incompatibilità, ma la questione
non riguarda solo la sua persona. Mediobanca era al centro del
sistema di potere economico e finanziario dell’ Italia, al centro
della rete che teneva in piedi la grande impresa privata. Ebbene,
non ha saputo sciogliere quei nodi, si è arroccata dietro a un
patto di sindacato medioevale e si è trasformata in un fortino
assediato, non solo e non tanto da quelli che di volta in volta in
volta sono stati i suoi antagonisti, ma dal cambiamento di
esigenze dei suoi clienti, dei suoi azionisti, delle sue
partecipate. La sua logica è stata quella di mantenere intatta la
sua capacità di auto-controllo, e a questo fine ha sacrificato
amici, risorse, credibilità, quote di mercato. Pazienza, verrebbe
da dire, Mediobanca è in fondo solo Mediobanca. Ma non è così. Chi
è stato per decenni al centro del sistema ha accumulato un tale
potere da poter se non costruire, distruggere, rallentare i
processi. E’ solo Mediobanca, non ha più le banche alle quali
ordinare di comprare questo o quello o di finanziare questo o
quello, non ha più la Montedison né la Fondiaria, ma il veleno che
la sfiducia di cui è circondata rappresenta per il sistema è un
fattore di rallentamento e di deviazione. Costringe a schierarsi
più che a scegliere. Siamo arrivati al punto estremo con Maranghi
che favorisce l’ accumulo di azioni del suo stesso istituto da
parte di un gruppo di speculatori francesi, il tutto all’ oscuro e
in contrapposizione al patto di sindacato di cui lui stesso è
espressione.
Ma il problema non è solo Mediobanca. E’ il sistema
che di fronte alla decadenza in cui l’ Italia sta rapidamente
scivolando è chiamato a una svolta e non la vuole fare. Pezzi di
governo e di sotto-governo brigano per rimettere le mani sugli
investimenti delle Ferrovie dello Stato, un baraccone che è
riuscito a trasformarsi in azienda, con una gestione pulita che ha
dimostrato di saper risanare, investire, gestire e che invece si
vuole riportare indietro. Altri pezzi, ma forse in parte sono gli
stessi, tramano per rimettere le mani sull’ Eni, la più redditizia
impresa italiana, probabilmente una tra le meglio gestite d’
Europa. La stessa reazione romana allo scontro sulle Generali
dimostra che le logiche sono quelle vecchie. E’ una operazione di
destra o di sinistra? E agli affari di Berlusconi fa bene o fa
male? La scelta, automatica, è di provare ad imbrigliare tutti,
una bella pacificazione che non faccia uscire sconfitto nessuno e
blocchi di nuovo il quadro con un bel reticolo di interdizioni
incrociate. A Roma farebbero meglio a pensare che questa è una
partita delicata. Provino a immaginare se per esempio gli
investitori internazionali, i fondi comuni sono più sulla
lunghezza d’ onda di Profumo o su quella di Maranghi. Possono
calcolare quanto può essere interessante rimettere le mani sugli
investimenti delle Ferrovie e sui soldi dell’ Eni, ma valutino
anche che esito avrebbe il collocamento di una nuova tranche di
Enel sui mercati. Proviamo a valutare i rischi veri e le
opportunità vere. Si blocca tutto per esempio, con una serie di
compromessi che non fanno perdere nessuno e vincere nessuno, un
uomo che rassicuri Berlusconi di qua, uno che non dispiaccia all’
Ulivo di là, un uomo di Maranghi e uno di Profumo, uno anche di
Geronzi. Come immaginiamo che sarebbero gestite le Generali? E
Mediobanca ritornerebbe ad essere la più brillante delle merchant
bank italiane? Immaginiamo invece che intorno alle Generali si
formi un azionariato di banche, fondazioni, la stessa Mediobanca,
che venga scelto un manager che deve rispondere solo dei suoi
risultati e della sua capacità di creare valore. Che a Mediobanca
arrivi un uomo di mercato, che sappia costruire operazioni che
fanno l’ interesse dei clienti e piacciano al mercato e che sappia
guidare progetti di sviluppo. Mettiamo che sia il vertice di
Mediobanca che quello delle Generali lavorino come hanno lavorato
Profumo per Unicredito o Mincato per l’ Eni. Mettiamo che si
colga il senso vero di questa specie di ribellione, che non è solo
figlia di Salvatori e Profumo né di qualche fondazione bancaria.
Questa è una ribellione di un pezzo largo del sistema, che sente
la fatica dell’ attrito, che considera un costo inutile la tutela
di vecchi sistemi di potere se non producono ricchezza, che vuole
poter scegliere se fare o no una operazione e non da che parte
stare. Siamo a un passaggio delicato. Abbiamo parlato di
Generali, di Eni e di Ferrovie, ma ci sono pezzi di Fiat che sono
in vendita, pezzi di Finmeccanica che devono trovare un destino,
ci sono scelte da fare nell’ informatica. Per una congiunzione di
debolezze è tornato in ballo tutto, nel momento in cui più vistosi
sono i segni della decadenza del paese. Forse se i segni non
fossero così vistosi questa sorta di ribellione non ci sarebbe
stata, ma è come se di fronte a questa decadenza e alla pressione
percepibile per un ritorno indietro, per una parte del sistema sia
ormai diventata irrinviabile una svolta, una uscita da questa
troppo lunga fase di passaggio tra le logiche dell’ Italia paese
chiuso e le esigenze dell’ Italia mercato aperto. Una svolta di
metodo appunto, che riguarda Milano e Roma, Trieste e Torino,
riguarda tutto. Resta da vedere se chi ne sente il bisogno sarà
questa volta più forte di chi vuol tornare indietro.

Fonte: La Repubblica - Affari & Finanza del 10 marzo 2003

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