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Libia, sull’Eni i conti dei ritardi di Berlusconi

Nel giugno 2003 Gheddafi si disse responsabile per Lockerbie e nell’ agosto l’ Onu rimosse le sanzioni. Poi è stata corsa all’ oro nero: 47 miliardi di barili di riserve fanno della Libia il terzo “forziere” di greggio dopo Arabia Saudita e Iraq. Sono percorsi lunghi: nel 2004 Blair andò a Tripoli ma solo nel dicembre 2010 la Bp ha ripreso le estrazioni, ancor di più c’ è voluto per il ritorno di americani e francesi. Intanto l’ Eni ha fatto della Libia il fornitore di un quarto del fabbisogno energetico italiano: ora, da prima ancora della morte di Gheddafi, ha riattivato i campi di AbuAttifel dove estrae 60mila barili di greggio al giorno e sta ripristinando il pozzo di gas offshore di Sabrata da cui viene il grosso delle forniture che arrivano col gasdotto GreenStream. Ma di fronte a tanto attivismo, nella prospettiva di un ampliamento delle operazioni ci sarà da pagare il conto del ritardo. La storia libica degli ultimi 42 anni dimostra che la politica è tutto: se il governo italiano non avesse esitato tanto a intervenire a fianco di Francia, Usa e Gran Bretagna (erano i giorni del “non voglio disturbarlo”), Obama non si sarebbe scordato di ringraziarci e ora ci sarebbe più certezza che le posizioni petrolifere saranno rioccupate rapidamente e sviluppate. I francesi hanno promosso l’ azione e ora la Total godrà di una posizione di vantaggio nella normalizzazione. E Bp ed Exxon cercheranno di riscuotere i diritti di prelazione con il nuovo governo libico

Fonte: Repubblica del 24 ottobre 2011

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