• martedì , 25 Giugno 2024

Lezioni di economia e business per una vera integrazione

In Italia ci sono tre milioni di immigrati regolari (la metà sono donne) e circa 700.000 clandestini. Nelle nostre scuole studiano oltre 600.000 figli di immigrati. Queste cifre sono indicative di un tema già di grandi dimensioni. Ed in espansione. E’ giunto sulle scrivanie della politica in un lasso relativamente breve di tempo: a titolo indicativo, nel 1980 avevo scritto un libro sull’argomento e non trovai nessun editore italiano pronto a pubblicare perché considerato tanto futuribile da essere prossimo alla fantascienza – uscì in inglese nel 1981 per i tipi di un editore tedesco. Proprio perché il nodo ci ha preso quasi all’improvviso, possiamo fare tesoro delle lezioni degli altri ed evitare problemi analoghi a quelli delle periferie delle grandi città francesi.
Il disegno di legge Amato-Ferrero varato a metà marzo dal Consiglio dei Ministri cerca di trovare una soluzione, facilitando l’integrazione sociale degli immigranti. Deve essere letto congiuntamente con il ddl sulla cittadinanza varato il 6 agosto (tra la disattenzione balneare di molti) sulle nuove (e più facili) regole per la concessione della cittadinanza (ora in discussione alla Camera). Fanno parte della stessa strategia: da un lato, agevolare le cittadinanza agli immigrati legalmente residenti in Italia per almeno cinque anni senza interruzione, nonché ai loro figli (specialmente se nati su territorio italiano); da un altro, promuovere l’immigrazione regolare e la concessione di permessi di soggiorno a chi lavora e contribuisce al fisco; da un altro ancora, rendere più severe le sanzioni nei confronti dei clandestini e di chi li sfrutta. L’obiettivo è “l’effettiva integrazione linguistica e sociale” dello straniero in Italia.
Riassunta in questi termini, la strategia ed i suoi strumenti sembrano ineccepibili. Il diavolo, però, si nasconde nei dettagli. Ci sono bachi (come quelli che bloccano un computer) e buche (quelle dove ci rompono le caviglie se non ci se ne accorge per tempo). I bachi vengono messi in rilievo dal Commissario Europeo Franco Frattini (che, in seno all’Esecutivo Ue, ha la delega per queste materie). In un’Europa in cui la libertà di circolazione (e le regole di sicurezza) riguardano ben 27 Stati, occorre riflettere sulla compatibilità dei dettagli con la vasta e complessa normativa europea che dal 2004 (quando l’immigrazione fu il tema centrale del Consiglio dei Capi di Stato e di Governo dell’Ue ) si sta producendo.
Le buche riguardano la formazione per “l’effettiva integrazione linguistica e sociale”. Soltanto nell’attuale settennato di programmazione dei Fondi strutturali 2007-2013 , l’integrazione sociale è considerata prioritaria per il finanziamento europeo. Non mancano iniziative sporadiche ; si sa poco o nulla sulla loro qualità ed efficacia. Occorre lanciare un vasto programma, unitamente a strumenti per monitorarne la rilevanza e per valutarne effetti e conseguenze. Si potrebbe pensare di formare nelle medesime strutture gli stranieri che vogliono acquisire l’integrazione “linguistica e sociale” per restare permanentemente in Italia ed i quadri ed i dirigenti dei Paesi in via di sviluppo che, invece, vengono da noi per periodi più o meno brevi per formazione manageriale e tecnica: si otterrebbero importanti sinergie che potrebbero anche essere funzionali alla nostra politica di internazionalizzazione. A riguardo, si dovrebbe esaminare pure l’esperienza della Scuola superiore delle pubblica amministrazione (Sspa): sino a circa tre lustri fa formava, in due sedi del Sud, i quadri dirigenti delle amministrazioni in via di sviluppo (tramite programmi a carico della cooperazione allo sviluppo- tra i rari non finiti negli scandali all’inizio degli anni 90). Negli Usa, in Francia, in Gran Bretagna, in Germania ed in molti altri Paesi di immigrazione ci sono schemi analoghi. La strumentazione tecnica non fa difetto. Occorre il disegno politico.

Fonte: Il Tempo del 26 marzo 2007

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