• sabato , 13 Luglio 2024

Lezioni da apprendere sulla dimensione internazionale

Dal capitolo 2 del Rapporto Istat 2014 presentato ieri, pochi spunti sulla dimensione internazionale del nostro sistema produttivo.
La diversificazione dei mercati di sbocco svolge un ruolo centrale nella crescita dimensionale e strategica dell’impresa. Circa 50.000 imprese che esportano oltre 250.000 euro/anno (un quarto del totale delle 200.000 imprese industriali e commerciali esportatrici) realizzano il 96 per cento del valore totale delle esportazioni. La ripresa delle vendite all’estero nel periodo post-recessione ha premiato maggiormente le imprese che esportano su almeno 15 mercati, rispetto alle micro e piccole che esportano su 1-2 mercati: un divario che non si era verificato in termini così netti nel precedente quinquennio 2004-2008 .
L’Italia appare sottodimensionata rispetto a Francia-Regno Unito-Spagna (non la Germania) quanto a ruolo degli intermediari commerciali. “Un ampliamento della funzione di intermediazione commerciale potrebbe costituire un importante fattore di stimolo per la competitività” delle micro e piccole imprese, specialmente quando cercano l’accesso a mercati “nuovi, più distanti e complessi”. Su questo fronte dovrebbe indirizzarsi l’attività delle nascenti “reti di imprese”, stimolata da meno timidi incentivi fiscali. I vantaggi di una maggiore interconnessione tra imprese per neutralizzare gli svantaggi della piccola scala sono ormai un tema ricorrente nelle analisi dell’Istat e della Banca d’Italia.
Riprendendo i dati dell’ultima rilevazione sugli investimenti diretti all’estero delle multinazionali italiane (13 dicembre 2013), il Rapporto ne sottolinea l’aumento di quasi il 20% nel 2007-2011, che ha portato a 1,7 milioni di addetti e 510 miliardi di fatturato delle nostre affiliate, con una prevalenza di commercio e servizi. Commercio e investimenti diretti all’estero sono sempre più interconnessi. Più del 42% delle esportazioni deriva dalle multinazionali italiane e il 25% dalle affiliate italiane di imprese a capitale estero. Più della metà del fatturato delle affiliate estere delle multinazionali italiane è assorbito dal mercato locale del paese di insediamento delle affiliate stesse, un 20-40 per cento è esportato in paesi terzi. Solo nei settori del made in Italy (tessile-abbigliamento, pelle-calzature, mobili-arredo) una quota significativa viene esportata verso la casa madre italiana , con punte dal 37 al 58 per cento di fatturato . Solo in questi ultimi casi si può parlare di un significativo spiazzamento della produzione nazionale da parte di produzioni delocalizzate all’estero, ma senza dimenticare la faccia virtuosa della medaglia, cioè la maggiore competitività che la casa madre può conquistare abbassando il costo unitario del prodotto finito e/o delle sue componenti.
La spinta a investire all’estero per ottenere un risparmio di costi del lavoro e altri costi (energia in primis) è ben presente nella strategia della multinazionale manufatturiera italiana, ma al primo posto fra le motivazioni addotte dalle imprese vi è l’accesso a nuovi mercati. Solo una presenza diretta vicino ai clienti consente di adattare qualità e tipologia dei prodotti, migliorare il time to market, superare eventuali barriere invisibili all’importazione, coltivare il marchio e l’immagine. Ciò vale a maggior ragione per gli investimenti in reti distributive e di assistenza post-vendita, senza cui il bello del made by Italy non riesce troppo spesso a penetrare e radicarsi sui mercati. In questa direzione deve guardare un’efficace politica per l’internazionalizzazione.

Fonte: Il Sole 24 Ore - 29 Maggio 2014

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