• giovedì , 18 Luglio 2024

L’euro forte e l’inflazione che divide Bce e Fed

Se si guarda il grafico del cambio dollaro-euro, si vede immediatamente che nel corso dell’ ultimo anno, ha oscillato profondamente, passando da più di 1,40 nell’ ottobre 2011 a un minimo di 1,20 a gennaio di quest’ anno, agli 1,30 attuali. Non è la prima volta che si verificano oscillazioni così corpose in un periodo relativamente breve. Esse possono spiegarsi come determinate da due componenti: la prima è il differenziale tra tassi di interesse, la seconda è la dinamica del cambio vero e proprio. Entrambe sono soggette alle proprie logiche. I tassi sono influenzati dalle politiche macroeconomiche adottate nelle due aree valutarie. Per quanto riguarda i cambi, una componente esclusivamente valida per una moneta unica come l’ euro che una pluralità di paesi adottano, che è governata da una banca centrale unica e indipendente dagli organi politici dell’ Unione Europea, sono le aspettative relative alla tenuta della stessa moneta segue a pagina 8 1 segue dalla prima Quest’ ultima variabile, discussa all’ inizio della Unione Monetaria, è passata velocemente di moda come argomento serio di considerazione, anche per la unicità della esperienza euro. Sulla durata nel tempo dell’ euro le discussioni si sono presto spente, di fronte al successo della nuova moneta nell’ affermarsi come seconda valuta mondiale. Sono purtroppo tornate in voga quando si sono aperti dubbi sulla tenuta dei conti interni ed esteri di alcuni stati membri della periferia sud della stessa Ume. E’ stata una conseguenza delle mutate condizioni dell’ economia europea e mondiale, indotte dalla grande crisi finanziaria internazionale, quando essa ha cominciato a comunicarsi anche all’ Europa. Come in tutti i passaggi cruciali della storia ormai cinquantenaria della Ue, le condizioni dei singoli stati membri si sono divaricate e il futuro dell’ euro non è sembrato più assicurato, così come era accaduto per la Ue. I mercati hanno cominciato anche a considerare seriamente l’ ipotesi estrema, del dissolvimento della moneta unica e delle conseguenze possibili di esso. Da questo, oltre che dai comportamenti delle autorità monetarie americane tenuti per fronteggiare la crisi sia economica che finanziaria degli Stati Uniti, nasce il dibattito sulla divaricazione tra stati membri dell’ euro e della diversa loro capacità di tenuta nelle nuove condizioni di crisi. Gli sguardi si sono concentrati sulla finanza pubblica di tali stati, e ogni sorta di possibilità sono state prese in considerazione, cominciandosi apertamente a parlare della possibile bancarotta di alcuni di essi. Le notizie provenienti dalla Grecia hanno presto fornito prova per il realismo delle ipotesi estreme. La finanza internazionale ha così cominciato a realizzare misure di difesa contro eventuali perdite, in vista delle enormi quantità di titoli di stato di tali paesi che detenevano per i maggiori rendimenti che essi offrivano apparentemente senza rischi, dato che il rischio sembrava sarebbe stato assorbito dai paesi membri che meglio avevano saputo reagire alla crisi, in particolare la Germania. Che la Germania avrebbe fino in fondo appoggiato i paesi del Sud, ipotesi di base per detenere titoli di quei paesi, apparentemente senza speciali rischi di mancati o solo parziali ripagamenti non è più sembrato indubbio. Le oscillazioni dei cambi si sono intensificate e quelle dei valori di mercato di tali titoli hanno cominciato a essere profonde. Aiutate dai mali di pancia dei tedeschi e dalle importanti decisioni del parlamento e della corte costituzionale di quel paese, tutte volte a limitare la libertà di azione del governo di Berlino in campi che parvero a un tratto esulare o eccedere la primazia di organi costituzionali come la Corte e il Parlamento. Questo per razionalizzare gli andamenti dei corsi del cambio dollaro-euro, che avevano destato sorpresa e preoccupazione e quindi comportamenti speculativi da parte dei professionisti del mestiere dopo una lunga pausa di tranquillità relativa. I tempi difficili misurano la solidità di accordi come il Trattato di Roma o quello di Maastricht. Nel caso europeo, cosa è meglio prevedere? Che le solidarietà europee e gli interessi consolidati, le politiche comuni e la creazione di una rete di scambi ormai profondamente integrati difendano dagli attacchi esterni e interni? Chi lo pensa non prende posizioni di emergenza, a meno che non sia uno speculatore professionista che si occupa essenzialmente di movimenti di breve periodo. D’ altronde, guardando ai differenziali tra i tassi di interesse americani ed europei, è opinione diffusa che la politica monetaria americana ed europea si divaricheranno ulteriormente nel futuro prossimo, con la Federal Reserve di Ben Bernanke che non mostra alcuna intenzione di recedere dalla sua politica di espansione della liquidità e depressione dei tassi per rilanciare l’ economia, nemmeno dopo le elezioni, mentre la Banca centrale europea sembra che stia tornando ad essere più prudente e meno espansiva, specialmente fino a che si arrivi alle elezioni politiche tedesche dell’ autunno prossimo e quindi avendo a che fare con un governo stimolato alla prudenza da una parte cospicua della opinione pubblica tedesca, nemica della transfer union in Europa e istigata in tal senso da buona parte degli economisti tedeschi, dalla Bundesbank e dalla maggioranza degli opinionisti dei giornali di quel paese. La signora Merkel si barcamena come può tra la necessità di non causare eccessivi disastri nella propria politica estera, istigando la rivolta aperta nei paesi del Sud Europa e l’ ascesa di governi che neghino la necessità dei sacrifici che si propongono, sempre maggiori per paesi che stanno assistendo alla distruzione delle loro basi produttive a causa della recessione e delle politiche sempre più restrittive imposte dall’ Europa e dalle organizzazioni internazionali. Peraltro è innegabile che la recessione interna non si combatta se il clima economico internazionale resta depresso o vada addirittura peggiorando. Comunque, una struttura produttiva adeguata al nuovo ruolo dell’ industria europea ce l’ hanno veramente solo i tedeschi, che se la sono costruita con pazienza e sacrifici non indifferenti nello scorso decennio. Quella degli altri è più o meno inadeguata al nuovo ruolo e solo qualche rara luce si accende e brilla nella oscurità circostante, di imprese che mostrano di avere sufficiente futuro nella nuova divisione del lavoro internazionale. Si può concludere dunque cautamente avanzando l’ opinione che le oscillazioni nell’ ultimo anno registrate nel cambio dollaro-euro continuino, e spingersi fino a dire che nei prossimi mesi l’ euro rimarrà relativamente forte verso il dollaro. Ma potrebbero sempre verificarsi eventi non economici come, ad esempio, un precipitare della crisi nel Medio Oriente, che spazzerebbero via le ragioni dell’ economia e farebbero prevalere di nuovo il dollaro. Ma anche una crisi politica europea può spingere in quella stessa direzione. Non è un messaggio di certezza, ma in tempi di generale incertezza le certezze sono il privilegio di pochi. In momenti come questo si concentrano i disastri finanziari, ma quei pochi che sono in grado di andare contro corrente e accumulare grandi fortune, specie se appartengono a un gruppo di speculatori in combutta tra loro, riescono addirittura a far cambiare la rotta a mercati anche importanti. E’ successo di frequente nella storia, anche degli ultimi decenni. Può succedere anche nei prossimi mesi.

Fonte: Affari e Finanza 8 ottobre 2012

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