• sabato , 20 Luglio 2024

L’errore politico dell’eterno rinvio

Molti pensano che nella crisi dell’eurozona Angela Merkel non abbia seguito una vera strategia. Che le continue titubanze siano state dettate cioè dalla sua stessa natura, poco avvezza a correre rischi non esattamente calcolabili. Oppure che l’unica preoccupazione sia stata volta per volta quella di ridurre al minimo i costi per il contribuente tedesco.
È probabile invece che la cancelliera abbia seguito una precisa linea di condotta, che si potrebbe chiamare la “politica dell’incertezza”, e che questa politica le stia esplodendo in mano. Secondo il Governo di Berlino, e in particolare secondo la Bundesbank, l’unica possibilità di disciplinare i Paesi meno virtuosi in assenza di un’autorità politica nell’eurozona legittimata a dettare i comportamenti degli Stati sovrani è quella di non togliere interamente il rischio di fallimento che è calato su di essi e di far leva sui mercati finanziari per imporre comportamenti opportuni a ridurre i disavanzi fiscali.Per poter far leva sui mercati è necessario che la Banca centrale europea possa sì aiutare i Paesi a rischio di fallimento, ma solo in parte, lasciando cioè che i tassi di interesse restino punitivi e impongano ancora un forte pungolo al miglioramento dei conti.
I rappresentanti tedeschi, olandese, lussemburghese e di altri Paesi nella Bce esercitano ogni giorno un’opposizione all’acquisto senza limiti di titoli pubblici spagnoli e italiani. L’espressione massima di questa resistenza sono state le dimissioni di Jürgen Stark, membro del board della Banca. Più o meno lo stesso è avvenuto con il Fondo europeo di stabilità finanziaria (Efsf). Alla necessaria espansione dei fondi in dotazione Berlino ha continuato a opporsi e tuttora ritarda l’approvazione parlamentare delle decisioni concordate con i partner il 21 luglio scorso. Anche in caso di approvazione, tuttavia è chiaro a tutti che le risorse a disposizione del Fondo non sarebbero sufficienti a risolvere una crisi di liquidità italiana evitando che si trasformi in una crisi di solvibilità.
Nessuno dei due strumenti di soluzione della crisi – Bce e Efsf – è in effetti interamente credibile. Sono state avanzate allora proposte di modifica del Fondo di stabilità tali da aumentare in futuro la sua capacità di intervento, consentendogli per esempio di finanziarsi presso la Bce o di offrire crediti con una leva rispetto al capitale proprio. Ma ancora una volta le proposte sono state bocciate dai Paesi creditori. Quello che molti liquidano come miopia o egoismo è invece una vera strategia. Disporre di strumenti insufficienti significa lasciare molto spazio alla pressione dei mercati perché disciplinino i Paesi su cui in sede politica non è possibile esercitare coercizione, né è possibile mettere in minoranza, né governare da Bruxelles o addirittura da Berlino.
Perché sia possibile dirigerli con la briglia corta è necessario da un lato ribadire che l’euro verrà difeso fino in fondo («se l’euro fallisce, fallisce l’Europa» ha detto la Merkel) ma dall’altro far sì che il salvataggio del Paese colpito resti costantemente in dubbio. Ecco dunque la “politica dell’incertezza”. Purtroppo questa politica funziona solo in precise condizioni: se dura poco, se le condizioni macroeconomiche sono normali e se i mercati funzionano molto bene. Dal secondo trimestre di quest’anno, invece, l’ormai lunga incertezza sulle condizioni del l’eurozona si è trasmessa all’economia reale europea. Anche Germania e Francia si sono fermate. L’economia tedesca, in cui le esportazioni pesano per il 50% del Pil, rischia anch’essa una recessione (secondo il Kiel-Institut). In un quadro globale in cui ci sono solo scenari pessimisti, l’incertezza sta arrivando a contagiare la Germania se è vero che ieri i Cds sul debito tedesco sono saliti vistosamente.
E questo è il problema cruciale. In condizioni di acuta incertezza i mercati finanziari non funzionano come la teoria vorrebbe. Non c’è “perfezione” nei Cds, né nei future dei BTp, né nella valutazione del rischio delle banche europee. In tutti questi importanti mercati prevalgono dinamiche che si autoalimentano, rischi che si autorealizzano, corsi che non si invertono più, contagi e interdipendenze sistemiche e così via. Ha senso che ben sei tra i Paesi euro vengano considerati dal mercato dei Cds tra i venti più pericolosi del mondo?
Ma quando si accetta l’evidenza che i mercati finanziari non funzionino perfettamente allora si deve legittimare l’interferenza delle autorità pubbliche con i mercati stessi. Cioè si deve riconoscere l’importanza e la virtuosità degli interventi della Bce o, meglio, dell’Efsf a difesa di Paesi solvibili, cioè aventi la capacità e la volontà politica di produrre avanzi di bilancio sufficienti a ridurre il debito pubblico. La “politica dell’incertezza” invece risponde a una logica da apprendisti stregoni, il cui laboratorio affidato ai mercati, «gli spiriti che ho chiamato in vita» come insegnava Goethe, sta finendo sott’acqua.

Fonte: Sole 24 Ore del 23 settembre 2011

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