• martedì , 16 Luglio 2024

“L’elite ha perso il gusto della sfida”

L’INTERVISTA La Banca d’Italia celebra i 150 anni della moneta in Italia. E il direttore generale, Fabrizio Saccomanni, spiega perché non riusciamo a crescere: «Siamo appagati. Ma bisogna riformare l’economia reale».
La Banca d’Italia celebra i 150 anni del-la moneta unica italiana e il direttore generale è il gran cerimoniere. Ma Fabrizio Saccomanni non lo considera un compito onorifico o storico-pedagogico. Anzi, il racconto del passato porta con sé messaggi forti per il presente, spiega a Panorama Economy, che lo ha intervistato nel suo ufficio al piano nobile di Palazzo Koch. Le celebrazioni in tutti i Paesi rappresentano momenti importanti per la propria identità. Con l’unità politica e l’unità monetaria l’Italia è diventata grande potenza industriale. La popolazione è aumentata, ancor più i redditi e il benessere, cresciuti di ben otto volte. Le UNA VITA A PALAllO KOCH Fabrizio Saccomanni. nato a Roma nel 1942. lavora in Banca d’Italia dal 1967 ed è direttore generale dal 2006. A destra. il progetto grafico della mostra che apre a Roma il 5 aprile. Sfide si ripropongono oggi a livello europeo, ma il modello in fondo è sempre lo stesso: il bisogno di crescere si scontra con frammentazioni di tipo istituzionale, compresa quella monetaria. Chi interpreta queste esigenze. come hanno saputo fare i padri della patria, apre la strada a grandi sviluppi.
Allora la dimensione unitaria era nazionale, oggi lo scacchiere è ben più vasta Sì, ma già nel 1862, quando si mise fine alla babele delle monete, l’introduzione di una valuta che rimpiazzasse tutte le altre in circolazione, dai nomi spesso bizzarri (baiocco, carlino, forino, franceschino), conteneva un chiaro riferimento all’unione monetaria europea. Così ci mettiamo in grado di partecipare, si diceva. Poi ci fu la fallimentare esperienza dell’unione latina. Finì male, è vero, eppure poteva essere un esperimento interessante. La prima crisi arrivò dopo pochi anni, le lira dovette abbandonare la convertibilità e venne introdotto II corso forzoso. Fu un momento difficile, legato alla terza guerra d’indipendenza nel 1866. Il corso forDalla lira all’euro in 150 anni 1862 La lira sostituisce tutte le altre valute ancora in circolazione in Italia.
1866 Viene introdotto il corso forzoso che rende obbligatoria la banconota.
1960 La stabilità della lira riceve l’Oscar dal Financial Times.
2002 11 1 gennaio entra in circolazione I’euro, la moneta unica europea.
zoso, rendendo obbligatoria la banconota, diede un grande impulso allo sviluppo della moneta cartacea, vista con sospetto in un mondo dominato dal metallismo. Pesarono le grandi spese belliche e la riconversione dell’economia che, però, aveva un grande potenziale. E la crisi venne riassorbita grazie alla crescita. Crescita, è questo II messaggio per II presente? Dobbiamo rimettere in moto lo sviluppo. Nella storia abbiamo avuto crisi acute seguite da tumultuose riprese. Oggi, invece, l’economia si è appiattita, ecco il problema chiave. Colpa del debito pubblico? Il debito spesso è una necessità. In sé e per sé è una contropartita di un credito, cioè ci si indebita per mettere risorse a disposizione dell’economia. Il problema è la sua sostenibilità. E anch’essa dipende dal tasso di sviluppo. Perché non siamo più capaci di crescere? Non è solo questione dl politica economica, c’è qualcos’altro, forse una componente psicologica. C’è un senso di appagamento, presente in tutti i Paesi ricchi. Da noi colpisce in modo particolare la classe imprenditoriale, l’intera élite dirigente sembra avere perso il gusto della sfida. Si dice che il punto di forza sono le piccole imprese, ma esse tendono a restare piccole. Raggiunto il benessere materiale della famiglia, viene meno il desiderio di investire ulteriormente e andare al di là delle proprie dimensioni. E ciò diventa un punto debole del nostro modello di capitalismo. Come vincere questa sindrome? Noi stiamo conducendo un’altra grande iniziativa, la Ricerca storica sull’economia italiana in 150 anni. I lavori sono in corso e alla fine avremo un quadro d’insieme. Non conosco ancora i risultati, ma è maturata la convinzione che istruzione, educazione, scuola sono le leve sulle quali puntare per riaccendere il desiderio nelle nuove generazioni. In ogni caso, nell’armamentario della politica economica non mancano strumenti da utilizzare nel breve periodo: le imprese restano piccole anche perché abbiamo leggi che penalizzano la loro espansione dimensionale. Dalla Banca d’Italia, dunque, non viene affatto un messaggio declinista, tutto il contrario. Si sente in giro una certa nostalgia della liretta. Mentre a Berlino cresce II rimpianto *** per II marco forte. Emergono, è vero, opinioni di minoranze un po’ populiste che agitano il ritorno indietro. Ma l’euro non è stato solo un ombrello per i più deboli o una gabbia per i più forti. Anzi, semmai ha consentito alla Germania di realizzare performance che non avrebbe potuto ottenere con il marco. Dentro l’unione monetaria, i tedeschi possono guardare all’Europa come mercato nel quale si fa concorrenza sulla qualità e l’efficienza. In questo sono stati più bravi, inutile negarlo. E hanno fatto le riforme al momento giusto, prima che scoppiasse l’ultima crisi. Esatto, hanno fatto riforme efficaci. Anche sul mercato del lavoro, mentre noi siamo alle prese con tanti tabù, come l’articolo 18. In Banca d’Italia non perdiamo mai occasione per battere su questo tasto: ora che abbiamo raggiunto la stabilità monetaria bisogna riformare l’economia reale. Eppure, se ci fosse stata la lira, avrebbe potuto svalutare per spingere l’export ottenendo un vantaggio competitivo. I Valli Paggi della svalutazione sono sempre e solo temporanei. Dagli anni 70 in poi abbiamo svalutato tutto il possibile. E a un certo punto il meccanismo s’inceppa. Invece, il processo di convergenza ha migliorato enormemente le condizioni monetarie. Quando mi sono sposato, per comprare casa il mutuo era al 22%. L’inflazione superava regolarmente il 10% e i risparmi venivano erosi. L’unione monetaria, però, non ha colmato II divario Nord-Sud. Non credo che l’Italia non cresca per colpa del Sud. Il gap c’era anche negli anni del boom e oggi lo stesso Nord resta indietro rispetto ai concorrenti. L’unione, del resto, non è un processo salvifico, è un modo per affrontare meglio i problemi. Non esiste un con o un senza l’unione monetaria, c’è solo un prima e un dopo. Senza, saremmo stati spazzati via e dopo siamo in una situazione migliore. Tornare al parrocchialismo in un mondo globale sarebbe suicida.
Quali sono stati i momenti alti della lira? La bBelle époque, senza dubbio, quel periodo che va dal 1870 al 1914, segnato anch’esso da grande apertura agli scambi mondiali. La prima globalizzazlone. L’hanno chiamata così. Ricorda Jules Verne, Il giro del mondo in 80 giorni, con quella IN MOSTRA A ROMA DAL 5 APRILE AL 3 LUGLIO La moneta dell’Italia unita, dalla lira all’euroè il titolo della mostra che dal 5 aprile al 3 luglio, nel palazzo delle Esposizioni a Roma, la Banca d’Italia organizza sotto l’alto patrocinio del presidente della Repubblica. È il contributo della banca centrale alle celebrazioni per i 150 anni dell’unità d’Italia. Un percorso che prende le mosse dalla prima lira italiana coniata da Napoleone nel 1796, percorre l’unità politica dopo il 1861 e arriva all’altra unificazione delle valute, quella che il 1 gennaio 2002 ha dato vita all’euro. La mostra spiega che cos’è la moneta, perché si passa dal metallo alla carta e, oggi, alla plastica o a un solo impulso elettronico, vincendo resistenze legate alla tradizione e conquistando la fiducia, sulla quale si basa l’intero sistema degli scambi del quale la moneta è l’architrave.
Libertà di muoversi tra continenti diversi, eppure tutto sommato vicini? Ci sono poi la ricostruzione e il miracolo economico, con l’Oscar alla lira e al governatore Donato Menichella nel 1960. Anche quello fu un periodo di grande apertura, seppure controllata, per esempio dal lato dei cambi e dei movimenti valutari. L’adesione al Mercato comune è stata una scelta che trovava forte opposizione tra molti industriali. Lei insiste sulle virtù del libero scambio. Teme un neoprotezionismo? Ricordo Giovanni Demaria, mio professore alla Bocconi: nei suoi interventi all’Assemblea costituente attaccava l’industria che voleva una cintura protettiva. Ma per nostra fortuna i governi successivi fecero un’altra scelta. Allora c’era una salda leadership politica. C’è stata anche per l’adozione dell’euro. Abbiamo attraversato una difficile e complessa crisi tra il 1992 e il ’94, non solo economica e finanziaria, però siamo riusciti a realizzare tutte le condizioni per l’ingresso nell’unione: inflazione, tassi, stabilità della moneta. Eppure l’euro resta una moneta senza sovrano.
Non esiste solo la sovranità del potere, ma anche quella delle regole. La prima scende dall’alto, la seconda sale dal basso. Ecco, nel caso dell’euro è prevalsa la sovranità delle regole. In modo contrastato, originale se vuole, ma ce le siamo date. La crisi ha mostrato una capacità di reazione, al di là di divergenze e incertezze. Il coordinamento delle politiche economiche ha fatto grandi passi avanti, oggi abbiamo una vera vigilanza europea, il patto di stabilità ha saputo essere uno strumento più efficace di quel che molti pensavano. Però la cresdta si è fermata. Torniamo al punto dolente. Torniamo all’economia reale e alle riforme. Per rilanciare l’Italia e per rendere più competitiva la stessa Ue, il modello basato sull’export non è sufficiente. Oggi funziona perché è agganciato al boom dei Paesi in via di sviluppo, alla lunga mostra la corda, persino in Germania. Quindi, dobbiamo realizzare quel che prescrive il Rapporto Monti: più liberalizzazione, un vero mercato integrato. Quando si parla di competitività, non si può mettere l’accento solo sulle imprese manifatturiere, bisogna guardare a commercio, energia, banche, infrastrutture. Soprattutto, là dove comandano ancora monopolisti nazionali.

Fonte: Panorama/Economy del 31 marzo 2011

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