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Lehman 2008/2011 al Grande Crac resistono soli i Bric

Dal giorno degli scatoloni, da quel 15 settembre del 2008 in cui Lehman Brothers dichiarò bancarotta dando il via alla più grave crisi finanziaria dal ‘ 29 in poi sono passati esattamente 3 anni e 11 giorni. Non ne siamo usciti. Non sono bastati le centinaia di miliardi di dollari immessi dalle banche centrali nei mercati, il salvataggio con i soldi pubblici di decine di istituti di credito di là e di qua dell’ Atlantico, le nuove regole varate dai vari organismi nazionali e internazionali, le manovre espansive di Washington e quelle di rientro dai deficit dei governi europei. Alla fine di giugno di quest’ anno solo la Germania aveva recuperato la dimensione del prodotto interno lordo che aveva prima della crisi, Stati Uniti e Francia sono ancora sotto, Italia, Spagna e Giappone sono decisamente sotto. In tutti paesi industrializzati è aumentata la disoccupazione e in tutti è aumentata la dimensione del debito pubblico.E’ stata una crisi a quattro stadi: partita dalla finanza è diventata crisi economica, poi crisi occupazionale, quindi crisi dei debiti sovrani. Nessuno dei quattro punti ha trovato una stabile soluzione. Anzi. I mercati registrano accuratamente il fallimento. Carlyle Group, uno dei maggiori fondi mondiali di private equity con oltre 30 miliardi di dollari gestiti, ha fatto un esercizio assai utile per misurare la febbre dalla quale il mondo non riesce a guarire: ha messo uno accanto all’ altro i numeri del 15 settembre del 2008 con quelli dello stesso giorno del 2011. L’ esito è drammatico. Dei quindici indici azionari a confronto solo sei hanno il segno più: tre sono quelli delle borse cinese, indiana e brasiliana, che segnalano aumenti significativi, e gli altri tre sono gli americani S&P 500 e Dow Jones, e l’ inglese Ftse 100, cresciuti rispettivamente dell’ 1, del 4 e del 3 per cento. Gli altri nove hanno davanti tutti il segno meno, e si va dal meno 9 della Germania al meno 71 della Grecia, dal meno 47 dell’ Italia al meno 53 per cento dell’ indice delle banche europee (il DJStoxx600 Banks). Ma i numeri che ancora di più danno il clima, che raccontano in cifre la pura che serpeggia nei mercati sono quelli dei Cds, (credit default swap, una sorta di assicurazione contro il rischio che il debitore non rispetti i suoi impegni). Ebbene, se i cds sui debiti della Grecia che è il caso limite sono balzati da 75 a 4 mila 500 punti base (ogni punto base equivale a un centesimo di punto percentuale), quelli sul debito spagnolo sono balzati da 43 a 375 punti, sul debito italiano da 45 a 453, su quello francese da 15 a 170. Persino la Germania ha visto salire il costo dell’ assicurazione sui suoi Bund da 12 a 82 punti e gli Stati Uniti quello sui Treasury Bills da 16 a 50 punti. Come dire che il mercato oggi non si fida pienamente più di nessuno, neanche dei primi della classe. Questa comparazione di dati ci pone di fronte a un dubbio e a una preoccupazione. Il dubbio riguarda come sono stati utilizzati i tre anni passati, se le politiche americane ed europee siano state quelle giuste o invece se sia a causa di politiche sbagliate adottate dai governi che ci troviamo in questa situazione. Sia negli Stati Uniti che in Europa le politiche monetarie sono state generose, le banche centrali non hanno commesso l’ errore che nel 1931 fece la Fed la quale, convinta che il peggio fosse ormai alle spalle, diede una stretta al credito che ebbe l’ effetto di far ricadere il paese in recessione e di far fallire molte banche. La Fed peraltro commise di nuovo lo stesso errore nel 1937, con esiti simili e prolungando una depressione dalla quale si uscì solo con le spese militari. Questa volta Fed e Bce hanno tenuto bassissimi i tassi di interesse e lasciato una grande quantità di moneta circolare per il sistema. Il problema è invece nelle politiche economiche, che sono state assai espansive fino a un paio di mesi fa negli Stati Uniti, e invece hanno inseguito il risanamento dei conti pubblici in Europa fin dalla primavera del 2010. Non c’ è la controprova, non sappiamo come andrebbe l’ economia se le scelte fossero state diverse, ma il dubbio che pone il premio Nobel Paul Krugman resta: secondo Krugman Washington avrebbe dovuto spingere ancora di più e più a lungo sulla crescita prima di cominciare a ridurre il deficit e lo stesso avrebbe dovuto fare l’ Europa. Su posizioni opposte tutti coloro i quali ritengono che l’ incertezza che blocca l’ economia sia dovuta soprattutto al cumularsi dei deficit pubblici e all’ aumento rapido e vistoso dell’ ammontare dei debiti sovrani che quei deficit alimentano.

Fonte: Repubblica del 26 settembre 2011

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