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Le mille e una notte della nuova Arabia

I satelliti possono vedere i depositi d’armi nascosti in un deserto con una risoluzione che raddoppia ogni cinque anni, ma non potevano riuscire a cogliere i moti dell’animo di un giovane tunisino lasciato senza lavoro che per protesta col governo si è dato fuoco, innescando la rivolta in tutto il mondo arabo: Yemen, Giordania, Algeria, Sudan, Egitto e ora Libia. L’assoluta incapacità di prevedere queste epocali trasformazioni sta aprendo una riflessione esistenziale tra gli analisti di Washington sull’inadeguatezza occidentale nel capire il mondo al di là dei rapporti di forza militari e strategici.
Un’importante autocritica si è aperta all’interno dei think tank di Washington e, in modo riservato, anche tra i responsabili delle scelte politiche. Alcuni di essi ragionano sul fatto che eventi come quelli in corso sarebbero potuti avvenire prima se la guerra in Iraq non avesse polarizzato il mondo arabo contro la strategia militare americana. L’ipotesi di Saddam Hussein cacciato dal proprio stesso popolo, come accade ora a tutti gli altri dittatori, è un ulteriore elemento di doloroso imbarazzo nel bilancio di una guerra carica di vittime e di costi materiali.
Solo un mese fa, dopo la scintilla tunisina, la prospettiva di un effetto domino da paese a paese era stata esplicitamente esclusa da tutti gli analisti americani. Le opinioni degli studiosi raccolte da Time o da Foreign Policy definivano impossibile un contagio della protesta dalla Tunisia all’Egitto. Un analista di Brookings Institution ha verificato nei giorni scorsi che anche dopo la rivolta egiziana tutti escludevano effetti di contagio in altri paesi e in particolare proprio in Libia. Così come quello di Mubarak, il sistema di potere attorno a Gheddafi era considerato diverso da tutti gli altri. L’errore era di guardare tutti i paesi solo dall’alto, con la sofisticata superficialità delle diplomazie dei vertici, e trascurare completamente il comune desiderio di autodeterminazione dei cittadini.
Dopo la guerra in Iraq, la Libia era considerata un posto privilegiato per gli affari, al suo leader venivano spesso attribuite prerogative di carisma che lo mettevano al riparo da gruppi di opposizione esiliati e divisi.
Nell’ultimo anno alcuni analisti mostravano compiacimento per il miglioramento delle condizioni di vita. Citando studi di strategia, Cnn aveva indicato la Libia al pari della Scandinavia come paese in cui è assente la violenza politica. Un mese fa gli analisti di Economist Intelligence Unit assicuravano che «dopo quarant’anni, anche per il futuro il leader libico continuerà a concentrare in se stesso il potere in assenza di alcuna minaccia immediata».
Secondo Daniel Kaufman, la disattenzione occidentale è figlia di uno scambio faustiano caro alla diplomazia petrolifera, per la quale le violazioni dei diritti umani sono fatti politici interni al paese e non influenti sul rapporto commerciale che si instaura. Ma non si tratta solo di un problema occidentale, se è vero che nel maggio 2010 155 paesi dell’Onu hanno votato il rappresentante libico nel Consiglio dei diritti umani (solo due mesi dopo Gheddafi avrebbe chiuso la sede del Consiglio in Libia). Secondo un’opinione diffusa tra gli studiosi di Washington, gran parte del personale che prende decisioni di politica estera si è formato negli anni in cui l’unico pensiero strategico era la Guerra Fredda. Successivamente di freddo è rimasto ben poco e gli strateghi militari sono diventati ancora più importanti. È tuttora difficile costruire una cultura delle relazioni internazionali diversa da quella della presenza strategica e militare. Solo da due anni, dall’elezione del presidente Barack Obama, nonostante l’aumento dell’impegno bellico nel 2009, si sono aperte riflessioni critiche. Non solo sull’ingiustizia degli interventi bellici, ma sulla loro notevole capacità di fallire.
Un’analisi di Michael O’Hanlon, del dipartimento di Politica estera di Brookings, sulle criticità di un intervento militare americano in Libia osserva: «Una cosa che sia l’Iraq sia l’Afganistan hanno dimostrato è il potenziale di una guerra di non andare come si pensa che vada». È una duratura lezione di Carl von Clausewitz secondo cui «la nebbia della guerra e le eccitabili emozioni degli uomini» complicano il corso di ogni battaglia dopo il suo inizio. Un’altra lezione è che le buone intenzioni non disinnescano l’argomento di Al Qaeda sull’interventismo imperialista di Washington, né creano molto consenso, almeno se sono affidabili i sondaggi sulla modesta popolarità del presidente americano nei paesi arabi. Secondo fonti informate, Washington starebbe evitando la circolazione di informazioni su manifestazioni di ostilità anti americana avvenute nell’area e in particolare in Egitto, per evitare di finire ancor più tra gli obiettivi della protesta anziché cavalcarla. Paradossalmente alcune insinuazioni di Al Jazeera su mani americane dietro la rivolta vengono recepite con ben poca irritazione.
Ciò non toglie che per cogliere i segnali della società civile sarà necessario sviluppare una visione del mondo diversa da quella in cui tutti sono cresciuti finora. A ben vedere il fallimento degli analisti è colossale: la rivolta del 2009 in Iran poteva essere considerata come un primo sintomo del nuovo desiderio di partecipazione dei giovani arabi, ma la sua portata è stata sostanzialmente trascurata. Tutte le riflessioni atlantiche erano rivolte al rischio di armamenti nucleari nascosti dal regime di Teheran anziché sul desiderio di autodeterminazione dei popoli. Shibley Telhami di Brookings osserva che tuttora la maggior parte dei rapporti tra Washington e i paesi arabi è condotta da militare a militare, o tra servizi, o tra apparati di sicurezza. Questi interlocutori sono gli agenti della repressione in quei paesi, chiunque governi. Forse è tempo di imparare ad ascoltare gli uomini e le donne.

Fonte: Sole 24 Ore del 5 marzo 2011

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