• giovedì , 23 Maggio 2024

Le difficili scelte dell’Europa

capi di stato Ue hanno tappato il buco senza una soluzione strategica
Azzardo morale. Così la Bundesbank ha definito quello che invece i leader europei hanno chiamato “piano Marshall per la Grecia”, con un certo eccesso visto che ci sono voluti 16 mesi per vararlo e se altrettanto tempo ci avesse messo George Marshall l’Europa nel 1947 non si sarebbe risollevata dalla guerra. Ed è difficile dar torto alla banca centrale tedesca. Sia per quello che dice esplicitamente – troppo discrezionale il potere concesso all’Efsf, il fondo “salva Stati” – sia per quanto sottintende, e cioè che l’Europa non si libererà mai del fardello del debito se passa il principio che le crisi provocate dalle cicale (i paesi più spendaccioni) vengono sanate dalle formiche (i paesi più virtuosi), per il solo fatto che entrambe hanno in tasca la stessa moneta. E’ ovvio immaginare che oggi un cittadino greco pensi (lecitamente): “perché dovrei fare sacrifici se è accertato che al risanamento del mio paese ci pensano i creditori?”. E che, di conseguenza, nella sua veste di elettore sceglierà i partiti che gli promettono che non sarà lui a sacrificarsi. Così come è logico che oggi un cittadino tedesco dica “ma perché dovrei pagare io i debiti dei greci?”, e voglia politici che impediscano questa ingiustizia. E se qualcuno gli spiega che deve farlo per difendere l’euro, risponderà “va bene, ridatemi il marco”. Insomma, dietro quella preoccupazione della Bundesbank si cela uno scenario inquietante: una guerra tra le diverse opinioni pubbliche europee, tutte benestanti ma arrivate alla ricchezza in modo molto diverso, nessuna disposta a cedere porzioni di benessere per colpa di altri. Unite da una sola cosa: tornare alle vecchie monete, separarsi. I tedeschi perché pensano che il marco fosse più stabile e sicuro, gli indebitati perché rimpiangono le svalutazioni di un tempo.
Ma così l’Europa della moneta unica si sfascia. Forse alla riunione di Bruxelles di giovedì i membri dell’euroclub non si sono resi conto che se da un lato hanno salvato l’euro dalla speculazione – momentaneamente, peraltro – dall’altro hanno creato i presupposti per la fine della moneta europea. E con essa della costruzione di un’Europa federale. E’ proprio questo il pericolo che gli euro-preoccupati (subito definiti euro-disfattisti da chi non aveva capito nulla) avevano in mente quando ai tempi di Maastricht denunciavano le contraddizioni di un progetto che anteponeva la nascita della moneta unica all’integrazione politico-istituzionale dei paesi fondatori di quella valuta. Si disse: sarà l’euro a dare la spinta decisiva perché sorgano gli Stati Uniti d’Europa. Ma così non è stato. E oggi se ne pagano le conseguenze.
I leader continentali giovedì avevano – e ancora adesso hanno – due strade davanti a loro per salvare davvero l’euro: o far uscire la Grecia e stabilire il principio che nel club ci si sta solo a certe condizioni, oppure varare gli eurobond e cominciare a trasformare il debito dei singoli paesi in debito federale. Non hanno scelto nessuna delle due. Hanno fatto una scelta tutta congiunturale, senza nessun respiro strategico. Ma l’una cosa non esclude l’altra. Possiamo ancora provare a misurarci con qualcosa di più strutturale. Anche perché ho la sensazione che ci penseranno i mercati a definire quanto sia corto il respiro delle decisioni prese in quello che avrebbe dovuto essere un vertice storico, e che tale non è davvero stato.

Fonte: Messaggero del 24 luglio 2011

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