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Le colpe di Atene e di Berlino

La coincidenza nella lingua tedesca della parola “debito” con la parola “colpa” rende quasi insopportabile la condizione di un’umanità indebitata, in cui ogni bambino nasce con addosso una “colpa” di cui è innocente e che pagherà durante la vita. In questa visione piagata dall’ingiustizia, morale e realtà si confondono, etica dei fini ed etica della responsabilità si combattono, fino a produrre ciò che Franz Kafka lucidamente aveva previsto: la finzione diventa ordine mondiale.
Le dimissioni del presidente della Repubblica tedesca, Christian Wulff, per un debito disinvolto, sarebbero un episodio marginale della politica deideologizzata, e subito diventata Casta, se non rappresentassero proprio la finzione, l’inceppo dell’ingranaggio attraverso il quale cerchiamo di costruire un ordine politico nei rapporti tra democrazie europee, suddivise tra creditori e debitori. Poche settimane prima che il mutuo facilitato ottenuto dalla moglie di un amico imprenditore diventasse pubblico, Wulff si era rivolto a una conferenza sollevando la questione morale nella crisi greca: «A chi dovremmo fare credito? A un familiare, a un vicino di casa, forse anche a chi deve rimettersi in piedi (…). Ma il creditore sarebbe immorale se ciò servisse solo a posporre l’insolvenza» del debitore.
La tentazione dell’analogia va resistita. Il sospetto di ipocrisia, di una personalità ritentiva e forse micragnosa, accompagnano Wulff – in un corteo mediatico vigoroso e sanguinolento – dove lui stesso voleva accompagnare la Grecia: fuori dal castello di Bellevue e fuori dalla comunità politica. Un’opinione pubblica molto reattiva ha mal digerito, più del privilegio, le scuse di Wulff, che sfidavano l’intelligenza prima ancora dell’etica: un’imprenditrice ha investito su di me. Non sono stati i 40 euro al mese risparmiati sul mutuo a indignare, ma la scoperta che il suo moralismo era vuoto e valeva solo nei confronti degli altri.
La domanda che ci pone la capacità reattiva della società tedesca è se noi italiani siamo assuefatti dal malcostume denunciato dalla Corte dei Conti nei giorni scorsi. Se inoltre davvero non ci sia un legame tra autodisciplina finanziaria e desiderio di onestà. E infine se saremo in grado di aiutare i tedeschi a capire che non è necessaria la categoria della colpa altrui per sentirsi onesti. Come accade a un giornale tedesco che accusa Wulff di aver accettato comportamenti «da padrinaggio siciliano».
L’analogia tra Wulff e la Grecia va resistita perchè diverse sono le responsabilità di un individuo da quelle delle istituzioni, così come diverse sono le conseguenze che se ne traggono. Le colpe di Wulff non sono le stesse dei governi greci, così come le sue dimissioni non sono un modello per l’uscita di Atene. Wulff si è dimesso perchè l’uomo non poteva più coincidere con l’istituzione della presidenza tedesca che Angela Merkel definiva come un compito di orientamento valoriale.
Una descrizione che la stessa cancelliera aveva tradito privilegiando l’elezione di Wulff a quella del dissidente Joachim Gauck. Era un’occasione unica per segnalare alla politica il valore della dissidenza anzichè solo quello della cattura del pubblico consenso. Wulff d’altronde non è il primo presidente che conclude il mandato in modo traumatico. Segno che nel confondere valori e potere anche il sistema tedesco è preda di un disorientamento. Ora l’indicazione del prossimo capo della Repubblica entra nel gioco delle campagne elettorali, un altro sistema di sconfitta del dissenso, che tutt’al più rivelerà la preferenza della cancelliera per la prossima coalizione di governo dal 2013.
Per affrontare la crisi di Berlino, la cancelliera Merkel ha dovuto annullare una visita internazionale, a Roma, in cui avrebbe discusso il salvataggio della Grecia, ma Roma e Berlino hanno annunciato con ottimismo che un accordo verrà trovato per il prestito. Forse la logica dell’interdipendenza si sta facendo strada. Il debito d’altronde ha assunto una categoria morale che Nietzsche definiva addirittura la più originaria e antica nel rapporto tra esseri umani. Forse non è un caso che per costruire un argine la politica abbia bisogno di de-umanizzarlo, sottraendone il controllo a sé stessa, con regole costituzionali o patti sovranazionali. Non c’è nulla di post-democratico in questo.
Gli errori degli uomini sono antichi quanto lo sforzo di correggerli: la «continua revisione» che Karl Popper identificava con l’essenza stessa della democrazia. Questo riguarda anche l’Europa. Quando i partner creditori chiedono di influenzare la politica greca in fondo non fanno che far valere il principio democratico secondo cui la tassazione (in questo caso il trasferimento di denari prelevati ai contribuenti degli altri paesi) richiede rappresentanza. Siamo su una scala della democrazia priva di precedenti.
L’ultimo paradosso ereditato dalla vicenda di Christian Wulff riguarda infatti proprio i limiti della dimensione “domestica” della politica. La dimensione a cui Berlino si appella senza tregua ripetendo l’ordine di adempiere ai “compiti di casa”, con il ritiro entro le mura nazionali dei diritti e dei doveri. L’ordine suona come un’altra beffa se si pensa che è proprio dentro le mura di casa che tanti politici nazionali ritengono di aver ogni diritto di violare l’etica.

Fonte: Sole 24 Ore del 18 febbraio 2012

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