• giovedì , 23 Maggio 2024

La bolla scolastica inganno mediatico

Nelle settimane scorsei giornali si sono affannati nel titolare la fuga degli studenti dagli atenei italiani come un’ inarrestabile cavalcata, un rodeo folle che stava svuotando all’ improvviso le università. Le cifre, diffuse all’ inizio da una affermazione del Consiglio nazionale universitario, si sono propagate all’ unisono in tutto il Paese con una uniformità ridicola: “Fuga dagli atenei. Persi in 10 anni 58.000 studenti”. Molti giornali hanno calcolato quali e quanti istituti sarebbero rimasti vuoti. Altri hanno cercato di approfondire le cause. Nessuno, invece, sembra essersi interrogato sul problema se i dati di partenza fossero quelli esatti per dire qualcosa di sensato sulla scuola. Perché se qualcuno così avesse fatto si sarebbe reso conto che quei 58.000 studenti volatilizzati, tali non sono poiché il numero dei laureati non è cambiato negli anni dal 2005 ad oggi. All’ improvviso aumento degli iscritti nelle università negli anni 2003/2005 non è poi corrisposto infatti un aumento dei laureati, che si è mantenuto costante dal 2005 ad oggi. L’ aumento delle immatricolazioni di quegli anni non dipendeva in realtà neppure da un aumento dei diplomati che è rimasto costante, intorno ai 450.000 dal 2000 ad oggi. Si tratta quindi di un diverso “fenomeno”, circoscritto, che deriva dall’ introduzione durante la riforma Moratti delle lauree triennali che inizialmente avevano incrementato le iscrizioni e le speranze in una laurea effettiva, ancorché breve. Si è, però, capito presto che il valore della laurea triennale non oltrepassava in realtà il peso di una licenza liceale. L’ affluenza degli iscritti in quel periodo rivelò presto il suo carattere effimero di boom. Questo aumento degli iscritti si trasformò in breve spazio di tempo in un aumento degli abbandoni, comprovato dal fatto che il numero di chi riuscì in quell’ arco di tempoa concludere gli studi con successo è rimasto sostanzialmente lo stesso. Di qui la statistica che prima sancisce un rigonfiamento degli organici e dopo qualche tempo sbocca in uno svuotamento analogo che, peraltro, riguarda un corrispettivo rapporto tra nuove attese e inversione delle speranze. Segue un riassorbimento che sarebbe erroneo interpretare come una fuga dagli atenei. La “bolla” si sgonfia negli anni successivi con evidente effetto-abbandono cheè possibile leggere anche dal numero dei laureati, stabile in tutto il periodo (nel sistema sono entrati più studenti che negli anni precedenti ma è uscito sempre lo stesso numero di laureati, quindi qualcuno si è perso). In sostanza non c’ è una reale diminuzione delle iscrizioni (i famosi 58.000) ma soprattutto il numero dei laureati rimane costante negli ultimi anni. Piuttosto andrebbe segnalato il bilancio di positive realizzazioni che annovera in quest’ ultimo anno il ministro della Istruzione, Francesco Profumo, nella direzione di una trasformazione della scuola italiana attraverso soprattutto il ricorso alle nuove tecnologie. Il dato invece più preoccupante deriva dalle classifiche internazionali che continuano a penalizzare le università italiane che mostrano come primo fra i nostri atenei quello di Bologna al 194° posto nel mondo. Fino a quando le nostre università risultano così in basso nel ranking internazionale è difficile immaginare che si possano attrarre studenti da altri Paesi. Uno dei fattori più negativiè costituito dal fatto che sono rarissimi i corsi in lingua inglese, cosa che invece rappresenta un fattore di grande importanza per la mobilità. Intorno al multilinguismo ruotano dialettiche economiche dirette ma soprattutto indirette perché è durante gli anni finali degli studi che si creano alleanze, amicizie, collaborazioni, legami che possono sfociare in partnership successive. Debellare il provincialismo è un passo decisivo per la modernizzazione della scuola italiana.

Fonte: Repubblica 11 febbraio 2013

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