di Fabrizio Onida
Lanciata da Xi Jinping nel 2015, prosegue vigorosamente la campagna “China 2025” che punta a inserire la Cina nella gara globale verso il dominio nelle tecnologie del futuro, oggi largamente segnate dagli sviluppi dell’Intelligenza Artificiale (AI). Huaway, gruppo industriale cinese di punta nell’elettronica professionale-telecomunicazioni, sta moltiplicando i propri impegni in ricerca e sviluppo per liberarsi dalla dipendenza dalle importazioni dei semiconduttori GPU (Graphic Processing Units) prodotti dalla statunitense Nvidia, componente indispensabile per gli impieghi a tutto campo di AI.
Nella logica della cosiddetta strategia di “de-risking” Biden aveva già imposto restrizioni sulle vendite alla Cina di semiconduttori (Chips &Science Act). Ma la stessa Nvidia è diventata investitrice diretta in Cina con la benedizione del governo cinese, controllando -un impianto di 4000 addetti dove lavorano fianco a fianco ingegneri americani e cinesi, facilitando la circolazione di idee ed esperienze. Peraltro da parte dei dirigenti americani vi è piena consapevolezza che nonostante la posizione di leadership statunitense ci sono opportunità di apprendimento per gli Usa dallo stretto contatto con dirigenti e tecnici cinesi in tante nicchie di sapere sulle frontiere della tecnologia.
Per fare un esempio, la Cina già oggi produce il 60% degli elettrolizzatori che estraggono idrogeno dall’acqua, una tecnologia di frontiera anche per l’industria automobilistica del futuro. Non sorprende che il governo cinese offra condizioni attraenti per l’assunzione alle proprie dipendenze di ingegneri americani. Può sembrare paradossale, ma le regole vigenti di mercato non impediscono questi canali di tacita comunicazione di conoscenze tramite la circolazione del capitale umano dei diversi paesi.
Le imprese straniere operanti in Cina nel 2004 hanno esportato più di 1000 mdi di dollari, circa il 30% delle esportazioni del paese.
Dal suo ingresso nella WTO nel 2001 la Cina ha quintuplicato la propria quota della produzione manifatturiera mondiale, portandola al 30% mentre gli Usa hanno visto la propria quota dimezzarsi al 15%. In campo militare la Cina resta inferiore agli Usa nell’aviazione mentre già oggi dispone della marina più numerosa al mondo e già oggi è in testa a tutti in un numero crescente di comparti ad altissima tecnologia come le comunicazioni quantistiche e i missili ipersonici.
La Cina estrae il 60% delle terre rare e addirittura controlla il 90% dei processi di raffinazione. Diverse terre rare entrano come importanti componenti nelle produzioni per usi militari: ad esempio un singolo caccia F-35 contiene 900 libbre di questi materiali e quattro tonnellate di terre rare entrano nella produzione di un sottomarino.
Importante è il ruolo di Hong Kong, dal 1 luglio 1997 passato dal protettorato britannico alla sovranità della Cina continentale. I diffusi timori che questo passaggio portasse al soffocamento della vocazione di Hong Kong come come piazza finanziaria globale stanno rientrando di fronte all’evidenza che da Hong Kong passano sempre più le operazioni con cui gli investitori cinesi si affacciano sui mercati di borsa globali per partecipare al business con il capitalismo occidentale. Shenzhen e Shanghai fanno da sponda per la crescita degli scambi commerciali e finanziari di Hong Kong con il Resto del mondo, compiendo così il processo che ha trasformato la città da villaggio di pescatori all’origine in centro commerciale di importanza globale.
Non va trascurato il fatto che Xi Jing Pin considera la dottrina di Confucio parte integrante del progetto di “rinascita nazionale cinese”. Tema che è riecheggiato a fine agosto a Tianjin (Cina del nord) al Summit della SCO (Shanghai Cooperation Organization) e il 3 settembre alla grande parata militare di Pechino nell’80esimo anniversario del Victory Day nella seconda guerra sino-giapponese a conclusione della seconda guerra mondiale.
Si noti per inciso la radicale differenza rispetto alla storia recente della Russia, che dopo il violento passaggio della caduta del muro di Berlino ha scelto con Putin di isolarsi nel ruolo di potenza militare repressiva all’interno e aggressiva all’esterno, repubblica di fede conservatrice ortodossa e soprattutto Stato oligopolista produttore di petrolio e gas (con la Cina oggi massimo acquirente del gas russo), sfidando tra l’altro le sanzioni occidentali dopo l’invasione dell’Ukraina, parzialmente compensate dalle opache alleanze con regimi autocratici vicini come Bielorussia, Kazakistan e altre repubbliche ex-sovietiche, Nord Corea. Non c’è neanche una lontana proporzione con lo sviluppo economico civile e politico della Cina popolare, per non parlare dell’India e delle economie dinamiche dell’Asia orientale.
In conclusione l’attenzione al “de.risking” dell’Europa nei rapporti con la Cina di Xi Jing Pin non dovrebbe precludere la ricerca di collaborazioni scientifiche e tecnologiche nel comune interesse di una geopolitica costruttrice di pace, non di guerra.
(Sole 24 Ore 14 ottobre 2025)
Fonte: Sole 24 Ore 14 ottobre 2025