• martedì , 23 Luglio 2024

Improduttività del lavoro e art.18

Cercavo nel web scritti recenti sulla scarsa produttività del lavoro in Italia ed il computer mi ha messo sotto gli occhi questa definizione: “ per improduttività della scrofa va intesa la sua incapacità di portare a termine il suo ciclo produttivo o di fare meno suinetti di quanto potrebbe. E sono in genere proprio questi suinetti marginali quelli da cui è possibile recuperare reddito, soprattutto in tempi critici”. Come quelli attuali, ho pensato! E subito ho immaginato una risata di Berlusconi che ne avrebbe fatto uso per l’ennesima barzelletta, suscitando reazioni sindacali e di Rosy Bindi del tipo: “vergogna, ha assimilato le lavoratrici ecc.”. Scherzi a parte, è certo che un’accelerazione della troppo lenta ripresa economica italiana non potrà aversi senza un miglioramento della produttività del lavoro. Il fatto grave è che la produttività del lavoro in Italia, tra le più basse di Europa per colpa dello Statuto dei Lavoratori, ha subito una pesante caduta nei tre anni 2007-2009 per una ragione semplicissima: la crisi congiunturale non si è tradotta in una flessione dell’occupazione, come sarebbe accaduto se i lavoratori in soprannumero fossero stati licenziati, ossia se, oltre alle ultime misure per sostenere i redditi familiari e la domanda per consumo, non fosse in vigore un grande deterrente: il famoso art.18 dello Statuto dei Lavoratori. E’ evidente che la mano d’opera in esubero è rimasta in fabbrica, ma a lavorare meno di prima e le statistiche misurano appunto – con la caduta della produttività del lavoro – la gravità dell’onere che ne è derivato per le imprese non fallite e per lo Stato che la ha aiutate a campare.
L’ultimo comunicato dell’Istat ha segnalato che la produttività oraria del lavoro in Italia ha subito un calo medio annuo del 2,7% nel triennio 2007-2009, ampiezza (circa 8%) che non si era mai verificata in passato. Il dato dice anche che, se le imprese avessero potuto licenziare i lavoratori in esubero, la disoccupazione statistica, per la quale si levano così alti lamenti da due anni a questa parte, sarebbe risultata ancora più accentuata e le famiglie avrebbero percepito nel triennio redditi monetari ancora inferiori a quelli che molti hanno giudicato insufficienti e responsabili di un calo della domanda per consumo. Per contro, i conti economici delle imprese sarebbero migliorati e forse ne sarebbe derivata una minor durata della congiuntura avversa e poi uno sviluppo produttivo italiano più elevato. Certo, ancor più gravi sarebbero risultate le reazioni politiche, se si fosse perseguita una politica più rispettosa delle regole di mercato, ossia più liberale. In un paese come l’Italia dove la cultura è soprattutto umanistica, sarebbe stato ben difficile convincere i parlamentari sul da farsi, ricorrendo a rilevazioni statistiche e dati finanziari sui profitti delle imprese e simili. Meno male che al Governo ci sia un businessman coi piedi per terra e che cerca il buon umore, pur perseguitato da giudici del nord e da essi frenato nel fare. E’ Il Parlamento, lo specchio della popolazione che, purtroppo, diluisce e rinvia. Soprattutto quando si tratta di misure che possono apparire impopolari.
Nel 2001 Berlusconi aveva proposto l’introduzione di nuove forme di contratto lavorativo più flessibili rispetto al tradizionale “contratto a tempo indeterminato” (contratti occasionali, lavoro a chiamata, lavoro progetto etc.); un nuovo modello di contrattazione decentrata al livello delle singole imprese con uno spazio anche per la contrattazione individuale (imprese che hanno profitti più alti avrebbero avuto così la possibilità di offrire ai propri dipendenti condizioni contrattuali più vantaggiose); una riforma dei meccanismi di protezione a vantaggio dei lavoratori meno tutelati; l’estensione ad un anno dell’indennità di disoccupazione per chi avesse perso il posto di lavoro condizionata però alla frequentazione di corsi di formazione professionale; la liberalizzazione dell’istituto del collocamento in modo da facilitare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro con il coinvolgimento anche di strutture private.
All’epoca, il governo Berlusconi aveva proposto anche una deroga allo Statuto dei Lavoratori. Il famigerato art.18, ricordiamo in sintesi, consente al giudice del lavoro di annullare il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo da un datore di lavoro che occupi più di 15 lavoratori. La riforma – al solito non passata – prevedeva che nel caso di un licenziamento senza giusta causa nei successivi quattro anni il lavoratore licenziato venisse indennizzato con una somma di denaro, ma non potesse più godere del diritto ad essere riassunto con sentenza del giudice. Questa deroga avrebbe dovuto riguardare solo alcune categorie di lavoratori ed in particolare: i lavoratori “in nero” che fossero stati regolarizzati dalle aziende in cui lavorano; i lavoratori il cui contratto a tempo determinato fosse stato trasformato in contratto a tempo indeterminato (ma solo nel Sud); i lavoratori la cui assunzione facesse superare all’impresa la soglia dei quindici dipendenti (questo per facilitare le assunzioni nelle aziende che impiegano meno di quindici lavoratori).
C’è da piangere a vedere il numero di proposte intelligenti enunciate e non realizzate. Comunque, la via maestra per migliorare la produttività del lavoro resta sempre la libertà di licenziamento degli esuberi di mano d’opera attraverso, se non una soppressione, almeno una modifica dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. A mio parere sarebbe sufficiente di sopprimere il limite di 15 lavoratori, facendo apparire questa restrizione come contropartita all’eccezione “salvo modifica dei programmi aziendali per ragioni congiunturali”. L’effetto sarebbe rivoluzionario: diecine di imprese di uno stesso proprietario, oggi con meno di 15 dipendenti per sfuggire al vincolo dell’art.18, si fonderebbero, le imprese medie che ne deriverebbero diverrebbero più appetibili per investitori esteri, potrebbero riacquisire maggiore elasticità d’investimenti e disinvestimenti e l’aumento dei licenziamenti nelle fasi di congiuntura negativa eviterebbe il lamentato calo della produttività del lavoro.
Credo che questa mia proposta farà sorridere i lettori. La giudicheranno frutto di grande ingenuità da parte mia. Soprattutto non piacerà alla Camusso che sostituirà Epifani, confinato alla Fondazione Trentin. Se non piacerà a tutti i sindacati, FIOM compresa – come ha detto pochi giorni fa Marchionne per la Fiat – non ci sarà niente da fare. Tuttavia, nessuno mi toglierà la soddisfazione di averla immaginata ed enunciata.

Fonte: PER GLI AMICI N.25

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