• mercoledì , 24 Luglio 2024

Il sì sull’acqua svela le mistificazioni

Il quorum c’è stato, l’astensione non è bastata, i referendum sono passati. Ma con i numeri sono venute alla luce del sole le mistificazioni: ora le cose non saranno più facili, ma almeno sono più chiare.
Si parla di referendum, ma si intendono quelli sull’acqua. Infatti il risultato di quello sul legittimo impedimento era sostanzialmente indifferente perfino all’unico interessato. Quello sul nucleare per diversi anni non cambia nulla sul piano pratico (chi avrebbe comunque osato proporci di impiantare centrali che non abbiamo quando Angela Merkel decide di spegnere quelle che ha?): l’unica cosa che potevamo fare era un po’ di ricerca, e questa ce la precludiamo. Già importiamo tecnologia del solare e dell’eolico, vorrà dire che, quando ci si accorgerà che dell’atomo non si può fare a meno, importeremo anche quella del nucleare.
Invece i temi in gioco nei referendum sull’acqua attengono alla cultura politica ed economica entro cui si definisce il ruolo dello Stato: quello che è uscito vincente dalle urne é il modello in cui costruzione di infrastrutture e fornitura di servizi devono essere realizzate dalla mano pubblica, finanziate dalla fiscalità generale. E’ una cultura diffusa sottotraccia: il fatto stesso di andare a votare l’ha resa più esplicita. C’è anche un effetto performativo dei referendum.
Ha perso il centro destra. L’onda dell’antistatalismo che l’aveva portato al potere era innanzitutto rigetto del sistema partitocratico, consapevolezza che la proprietà pubblica dei mezzi di produzione produce inefficienza e metastatizza in corruzione, a livello municipale perfin peggio che a livello nazionale. Il referendum è stato perso perché gli italiani non si ricordano più che gestione pubblica è gestione dei partiti, e i partiti sono quello che sappiamo. Se non ricordano è perché la stratega simbolica del centrodestra è andata progressivamente nella direzione opposta. Dove sono finiti gli impegni a ridurre l’invadenza dello stato, a ridurre il prelievo fiscale eccedente il 33%, a spostare il peso dell’imposizione dalle persone alle cose? A sentire Vendola è stata sconfitta la cultura delle privatizzazioni: ma quella cultura non appartiene a una maggioranza che non a caso in tutti gli anni che è stata al potere ha privatizzato solo i tabacchi: e i bagnasciuga. La mistificazione si è svelata: questo centro destra, indifferente per lo strapotere della politica nei servizi locali, è la prosecuzione della prima repubblica.
Non ha vinto la sinistra: c’era un presente da coltivare, la voglia degli italiani di partecipare, il loro bisogno di fare punto e a capo. C’era un passato da difendere, le privatizzazioni e liberalizzazioni per cui si era spesa la parte migliore di quella classe politica. E’ grazie ai riformisti se il principio delle gare di evidenza pubblica nell’affidamento dei servizi locali è entrato nella legislazione e nel dibattito italiano, fin dai tempi di Giorgio Napolitano ministro dell’Interno. Era necessario il triplice imbroglio, sconfessare un passato per sfruttare il presente, col risultato di ipotecare il futuro? Non era possibile distinguere? Eppure ci deve essere ancora qualcuno tra loro che sa la differenza tra sovrastruttura politica e struttura dei rapporti di produzione. Come dar torto a chi, come rileva Nicola Rossi su questo giornale, trae la conclusione che quel passato fosse solo una vernice acquistata per convenienza, dunque una mistificazione svelata dai referendum?
“La bruciante sconfitta è di chi legifera e sparisce”, titola Oscar Giannino su Chicago-Blog. Nessuno ha spiegato. Non il Governo, ora una cacofonia di voci. Non l’opposizione interessata solo a incassare un assegno pagabile a vista. In una situazione inquinata fin dall’inizio dal populismo, turbata poi dalle emozioni per le catastrofi, ci sarebbe andata una mobilitazione, un impegno straordinario per far capire che non ha senso tutelare una cosa che manifestamente non funziona ( la gestione dell’acqua in Italia oggi) per uno spauracchio inesistente, quello della privatizzazione. Se tra le cause della perdita di produttività del Paese c’è la pervasività della politica, poche grandi aziende, pochi investimenti esteri, una tassazione eccessiva ed opaca, timida cultura della concorrenza, ci andava un di più di impegno per rendere avvertiti dei danni di referendum che diffondono pregiudizi verso il privato, diffidenza sugli effetti della competizione, inclinazione a nascondere la realtà dei costi dietro l’opacità dei prezzi. Questa maggioranza, lo scriveva anche il noto special report dell’Economist, non ha neppure scalfito il problema del nostro calo di produttività: il referendum offriva gli argomenti per mettere in difficoltà il Governo con argomenti appropriati.

Fonte: Sole 24 Ore del 14 giugno 2011

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