• martedì , 16 Luglio 2024

Il problema della manovra non sta tanto nell’equità, quanto nella sua efficacia

Oggi i sindacati scioperano contro la manovra del governo Monti. Cgil, Cisl e Uil hanno ritrovato l’unità (a parte l’eccesso di zelo delle Camere del lavoro dell’ex triangolo della morte – Bologna, Modena e Reggio Emilia – che hanno voluto seguire la linea avventuristica della Fiom con un’astensione di otto ore). Ma la situazione è pesante. Si direbbe quasi che le confederazioni cerchino di gestire il malcontento prima che scappi loro di mano. Sarebbe troppo facile fare dei paragoni con la linea di condotta, tutta strumentale, seguita dalla Cgil nei confronti dell’esecutivo di Berlusconi. Un ragionamento siffatto, tuttavia, non ci porterebbe lontano, vista la gravità della situazione a cui neppure il sedicente “Governo dei migliori” sembra essere in grado di porre rimedio.
I singoli Paesi, infatti, camminano sul tapis roulant di un’Eurozona travolta dalla bufera della crisi, i cui effetti sono imprevedibili proprio perché non si trovano terapie adeguate per curare una malattia fino ad ora sconosciuta. A fronte di quanto può succedere nel giro di poche settimane, non ha molto senso lamentarsi della durezza dei sacrifici e interrogarsi sulla loro equità. Nella situazione in cui siamo, l’efficacia delle misure di risanamento viene molto prima della loro equità. E nessun sacrificio è tanto grande come quelli che potrebbero essere richiesti nel caso di default dell’Europa e dell’Italia. Ma è proprio la fiducia nell’efficacia dei sacrifici richiesti che sta venendo meno.
Ciò premesso, la manovra presenta aspetti di una pesantezza straordinaria. A cui si sta cercando di porre rimedio, nel dibattito sulla conversione del decreto. Sulla base delle indicazioni bipartisan della Commissione Lavoro della Camera (dove la nuova maggioranza, stimolata dal contenuto della manovra, è stata in grado di riconoscersi in un progetto di riforma delle pensioni) si sta facendo strada l’ipotesi di correggere l’articolo 24 del decreto per quanto riguarda la mancata rivalutazione al costo della vita, nei prossimi due anni, delle pensioni di importo superiore a due volte il trattamento minimo. Si cerca di dare copertura anche agli assegni pari a tre volte la pensione minima, elevando così la soglia dagli attuali 936 a 1.400 euro mensili lordi e compensando le minori entrate (2,5 miliardi nel biennio) con ulteriori misure di solidarietà sulle prestazioni più elevate e con un prelievo straordinario sulle baby pensioni; oppure aumentando il “bollo” sui cosiddetti capitali scudati.
Purtroppo anche lo “scudo” si sta trasformando in una sorta di attaccapanni a cui appendere il finanziamento di tutti gli “sconti” sulla manovra – compresi quelli relativi alla tassazione sugli immobili – proprio quando il Servizio Studi della Camera ha posto dei dubbi fondati sulla effettiva consistenza delle entrate ipotizzate. La correzione sulle pensioni risponderebbe, sicuramente, a esigenze di carattere sociale. Per effetto del decreto, il 76% delle pensioni non riceverebbe per due anni i previsti adeguamenti all’inflazione, per un ammontare cumulato – dal 2012 al 2018 – di 62 miliardi di euro al lordo dell’Irpef (40,7 miliardi al netto). Sapremo presto se i partiti che appoggiano il governo Monti – in un assetto da “convergenze parallele” – riusciranno apportare la correzione indicata. Il decreto è all’esame delle Commissioni Bilancio e Finanze e da martedì sarà in Aula a Montecitorio, per essere convertito entro Natale.
C’è un altro profilo della manovra che si sta rilevando eccessivamente severo: l’abolizione del sistema delle quote e dell’età minima per i trattamenti di anzianità (di cui è soppresso persino il nome), che comporta risparmi cumulati per 13,7 miliardi dal 2013 al 2018. Si pensi al caso di un lavoratore dipendente, di 59 anni con 35 anni di contributi, che aspettava l’anno prossimo per poter andare in quiescenza facendo valere quota 96 (60 anni di età + 36 di versamenti): avrebbe maturato, nel 2012, il diritto a pensione, salvo poterlo esercitare un anno dopo per effetto della c.d. finestra. Con le nuove disposizioni dovrà far valere 42 anni e un mese di versamenti. Per fortuna non gli toccherà la penalizzazione perché, in quel momento, avrà già compiuto i 62 anni che vengono presi a riferimento per il calcolo del disincentivo. La circostanza è davvero singolare: nell’ambito della sacrosanta abolizione delle anzianità, è rimasto in vigore, sia pure sottoposto a penalità, il percorso del pensionamento indipendente dall’età che costituiva il vero “buco” del sistema, mentre è stato soppresso il canale delle quote che invece richiedeva un’età minima. Sarebbe più equo operare in senso contrario, magari alzando gradualmente l’età minima richiesta, oltre quota 97 con almeno 61 anni, nel 2013. In sostanza, il sistema delle quote e dell’età minima resterebbe in vigore almeno per un periodo transitorio, con un innalzamento graduale dell’età minima richiesta (anche assorbendo l’anno di finestra). Il canale del pensionamento con il solo requisito contributivo potrebbe salire – inglobando la finestra – a 41-42 anni, con penalizzazione economica ragguagliata agli anni mancanti rispetto a quelli previsti, di volta in volta, nel sistema delle quote.
Purtroppo, però, tutti questi ragionamenti rischiano di apparire inadeguati ed inutili nel contesto di una tragica pagina della storia in cui tutto è in pericolo: il livello di benessere raggiunto, il quadro delle regole democratiche e del vivere civile che, fino a ieri, ritenevamo acquisito per sempre.

Fonte: Occidentale del 12 dicembre 2011

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