• mercoledì , 17 Luglio 2024

Il Paese campione dell’illegalità

Mentre nel nostro paese ferve il totonomine sul successore di Draghi alla Banca d’Italia, forse vale la pena analizzare, se pur nel breve spazio di un articolo di giornale, le funzioni che una banca centrale nazionale conserva e quelle che essa ha dovuto imparare a svolgere, dopo l’avvento della Unione monetaria europea e della Banca centrale europea. Di solito, invece, chi ne scrive preferisce soffermarsi sulle funzioni che le banche centrali nazionali hanno ceduto alla Bce. Ma è veramente diminuito il ruolo delle banche centrali nazionali dopo la Unificazione monetaria? Innanzitutto, ricordiamo che, tra gli organi di governo della Bce c’è il Consiglio.
Ne fanno parte i governatori delle banche centrali dei paesi membri oltre al direttorio e al presidente. Si dice che tale consiglio sia in posizione meno importante del board della stessa Bce, del quale fanno parte solo i sette direttori e il presidente. Ma negli anni non sembra essersi delineata tale subalternità. È possibile chiamare videoconferenze fra persone lontane migliaia di chilometri e questo mezzo è abbondantemente usato per riunire il Consiglio. I governatori delle banche nazionali conservano quindi una notevole presenza nelle decisioni della Bce sulla politica monetaria in senso largo, fino a comprendere gli interventi rapidi che la Bce è stata in grado di effettuare all’inizio della crisi finanziaria, più efficacemente della Fed.
La sensazione che chi tratta di questi argomenti deriva è che il tema di cui occuparsi sia non tanto quella della Bce come organismo a se stante, ma quello del sistema europeo delle banche centrali, che nel corso degli anni successivi al 1998 è divenuto un organismo integrato all’interno del quale ciascuna burocrazia di banca nazionale ha imparato a operare, dando e ricevendo dai colleghi delle altre banche centrali dei paesi membri e da quelli della Bce. Specie in virtù delle possibilità offerte dalla It, la collegialità non si è stabilita solo nelle decisioni importanti, ma nel lavoro che precede tali decisioni.
Ciascuna banca centrale ha dovuto imparare a conoscere le condizioni dell’economia reale, oltre a quelle del credito e della finanza, di ciascuno dei paesi dell’Unione, onde essere in grado di portare il suo contributo alla analisi e alla decisione nelle riunioni di Francoforte. Poichè ciascuna delle banche centrali aveva sviluppato un proprio stile (ad esempio alla Banca d’Italia è riconosciuto un primato nell’analisi economica ma forse una minore attenzione ai mercati internazionali) dopo l’avvento della moneta europea tutte le banche hanno dovuto riempire le proprie lacune in modo da contribuire validamente alle discussioni che conducono a decisioni comuni. Un linguaggio comune ha dovuto essere elaborato per mettere in grado le banche centrali nazionali di trasformare le direttive di politica monetaria e creditizia della Bce in linee operative con le quali consentirne l’esecuzione da parte dei propri sistemi finanziari.
Uno sforzo altrettanto intenso si è richiesto per giungere ad una comprensione da parte di ciascuna banca partecipante al Sistema europeo delle banche centrali, dei sistemi legali vigenti negli altri stati.
In quest’integrazione di centri di elaborazione e di esecuzione della politica europea, il corpo burocratico dei palazzi Bce a Francoforte ha svolto funzioni di guida e indirizzo, senza dimenticare che la sua principale attività deve essere quella di clearing house delle idee e delle opinioni oltre che degli stili operativi, provenienti dalle banche nazionali. È un’attività difficile quella nella quale le banche nazionali si sono impegnate per realizzare l’Unione monetaria. Ma chi esamina i loro sforzi deve ammettere, specialmente dopo la prova della crisi, uno stress test assai più intenso di qualsiasi simulazione a tavolino, che il Sistema europeo delle banche centrali è divenuto un vero organismo, che vive e lavora in continui rapporti di scambio e di informazione, oltre che di decisione congiunta.
Solo seguendo una strategia come questa il direttorio della Bce e il presidente, hanno potuto legittimarsi nei confronti dei loro colleghi delle banche nazionali, dai quali essi dipendono per l’informazione rispetto alle condizioni di funzionamento dei sistemi nazionali e l’esecuzione delle decisioni raggiunte a Francoforte. Le banche centrali nazionali hanno ancora in mano, per decisione precisa presa al tempo del trattato di Maastricht, i mandati relativi alla sorveglianza e alla disciplina delle attività bancarie nelle proprie giurisdizioni. Quel che in Italia si chiama Vigilanza. In alcuni paesi questa è affidata ad istituzioni specialmente organizzate, in Italia qualche anno fa si è incluso in alcuni aspetti di quest’attività l’Antitrust. In tempi di integrazione finanziaria europea come quelli che hanno seguito l’inizio dell’Unione monetaria, non poche difficoltà sono derivate alle autorità nazionali dalle fusioni e acquisizioni avvenute tra banche appartenenti a giurisdizioni diverse. Sono difficoltà particolarmente sentite dall’inizio della crisi.
Le banche italiane erano meno impegnate in attività internazionali e di finanza creativa: per questo hanno sentito di meno la crisi che però si è scaricata su di loro quando da finanziaria si è trasformata in crisi industriale. Da allora, le banche italiane, legate alle imprese, specie a quelle piccole e medie, da legami strutturalmente profondi per la mancanza di alternative valide di finanziamento delle Pmi, o per la riluttanza delle stesse a servirsi di quelle esistenti per motivi più meno legittimi, sono state fortemente coinvolte nella crisi. Ma a questa crisi sono mancate, in Italia, le caratteristiche finanziarie speciali che hanno dominato altri sistemi economici, anche in Europa, ad esempio in Germania. In un sistema finanziario dominato dal rapporto bancaimpresa, la vigilanza esercitata dalla Banca d’Italia per fortuna non ha mai assunto le caratteristiche di controllo da lontano che ad essa si è voluto dare in paesi come Stati Uniti e Gran Bretagna, celebrandosi addirittura da parte delle autorità di controllo, le virtù dell’autoregolamentazione per banche troppo grandi e diffuse sull’intero globo perché le autorità di vigilanza le comprendano. Punto di vista che ha prevalso in quei paesi e ha portato a risultati perniciosi, aiutando la crisi ad assumere le dimensioni che ha assunto.
In Italia sono continuate le tradizionali ispezioni, la Vigilanza non ha abdicato. Mancando nella gran parte dei casi quelle caratteristiche di connettività conferite dalla finanza creativa dei prodotti derivati, le autorità di vigilanza sono state in grado di rendersi conto come per il passato dello stato di salute delle banche italiane, fornendo a chi doveva decidere informazioni esaurienti. Non aver mollato la presa, dunque, ha avuto la sua ricompensa. Non solo si è trattato di mancanza di domanda per operazioni di finanza creativa da parte di imprese e istituzioni finanziarie. E’ stata anche una questione di contrasto esercitato in maniera tradizionale ed efficace per operazioni tradizionali, come sono in gran parte rimaste quelle delle banche italiane.
Il dover attivamente partecipare ogni giorno alla vita dell’organismo finanziario europeo è servito alla burocrazia della Banca d’Italia per prender parte in attività e decisioni che non riguardano il sistema nazionale ma delle quali l’Italia sente le conseguenze. Questo vuol dire stare in Europa. I banchieri centrali sono diventati europei, molti altri funzionari,imprenditori o semplici cittadini,lo sono ancora molto meno.

Fonte: Repubblica del 27 giugno 2011

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