• mercoledì , 17 Luglio 2024

Il grande imbroglio della liquidità che ha lasciato a secco gli italiani

Oggi il consiglio della Banca centrale europea ha di fronte a sé una decisione molto difficile: il tasso d’inflazione armonizzato dell’Eurozona ha superato quel 2% che in base alla prima delibera della Bce dovrebbe rappresentare la soglia oltre la quale intervenire per ‘raffreddare’ l’economia ma al tempo stesso, da un lato, l’area ristagna (e si implorano politiche di crescita) e, da un altro, il sistema bancario di alcuni Paesi dell’euro minaccia il tracollo. Quindi, da una parte, le regole di base della Bce imporrebbero un ritocco all’insù dei tassi d’interesse, ma, da un altro,la situazione dell’economia reale e del settore bancario richiederebbe una strategia espansiva. Il 4 ottobre, un economista non certo keynesiano, Gert Peersman della Università di Ghent, ha pubblicato sull’European Economics Journal, un saggio documentato in cui si chiedono alla Banca politiche «non convenzionali»: tassi più bassi a favore di tutti e ‘quantitive easing’ (facilitazioni quantitative) per il settore bancario.
Non sta a noi anticipare quali saranno le decisioni del Consiglio Bce. Occorre, però, fornire gli elementi centrali per comprendere quello che possiamo chiamare «l’imbroglio della liquidità». Secondo dati Ocse e Fmi, nell’Eurozona ci sono circa 200 miliardi di euro di liquidità, in gran misura risparmi di famiglie od accantonamenti di imprese, che «non sanno dove andare». Al tempo stesso, non solo le agenzie di rating hanno declassato la valutazione dei titoli di numerosi istituti ma – quel che più preoccupa – secondo stime (peraltro ufficiose, nel senso di non ancora pubblicate) della Banca dei regolamenti internazionali gli istituti bancari europei hanno urgente bisogno di ricapitalizzazioni per circa 300 miliardi di euro; istituti di pregio sino a poco tempo fa (come Dexia, che controlla in Italia il CrediOp) sarebbero alla frutta.
Perché si è bloccato l’acquedotto che porta usualmente liquidità alla banche? È in atto una crisi di fiducia all’interno del settore bancario europeo (ossia tra un istituto e gli altri e viceversa) che si riverbera inevitabilmente nell’interazione tra banche,da un lato, e famiglie ed imprese, dall’altro.Tale crisi di fiducia altro non è che una conseguenza dell’Himalaya di debito sovrano e del rischio crescente di insolvenza da parte di alcuni Stati dell’euro, di dimensioni tali da travolgere un’unione monetaria ancora in fasce.In effetti, molte banche sono state attratte da alti tassi d’interesse di titoli di Stati dell’euro (illudendosi che ci fosse una garanzia collegiale, ossia che, all’interno della zona, le formiche saldassero i ‘buchi’ delle cicale) e ne hanno riempito le loro casseforti (o più precisamente le loro scritture contabili).Sino a quando qualcuno che conosce il tedesco ha ricordato che oltre Reno il termine Schulden (modo elegante per dire ‘debito’) ha la propria radice etimologica in Schuld (che significa ‘colpa’). Dopo quindici anni di pesanti ristrutturazioni economiche per la loro unificazione,i tedeschi non hanno alcuna voglia di darsi da fare per ‘colpevoli inveterati’ e per banche che li hanno aiutati a perseguire la strada del vizio. Cosa avverrà? Fallimenti a catena come nel postLehman Brothers? Ci sono strumenti tecnici per evitarlo. Il servizio studi Bce ne ha esaminata una batteria in una serie di documenti interni. Tali strumenti, però, funzionano unicamente nell’ambito di un continente che smette di essere anche mentalmente vecchio e ricomincia a crescere.

Fonte: Avvenire del 6 ottobre 2011

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