• martedì , 25 Giugno 2024

Il Fisco più vorace del mondo

E’ in atto un vero e proprio scontro tra gli enti locali (per lo più governati da giunte di centro sinistra) ed il Governo sui tagli ai trasferimenti. Per evitare di arrivare, come si suole dire, ai materassi, si starebbe anche negoziando, più o meno sottobanco, una modifica delle riduzioni ai compensi degli amministratori degli enti locali (consiglieri, assessori). I contribuenti, già tartassati dal superdecreto Visco, temono che alla fine saranno i soli noti (il ceto medio ed i giovani) a pagare lo scotto, con aumento dei balzelli locali e con le nuove “imposte di scopo” con le quali l’Esecutivo ha pensato di addolcire la pillola dei circa € 3,5 miliardi di riduzione dei trasferimenti a comuni, province ed altre autononomie. Il risultato sarebbe che al “salasso Visco” si aggiungerebbero altre prese di sangue: Ici e imposte locali più salate, nonché alcune ancora tutte da inventare. La fantasia di chi ha potestà impositiva è vasta. E il fisco italiano diventerebbe oltre che il più complicato anche il più vorace al mondo, trasformando i cenni di crescita in recessione.
Si può evitarlo? Innanzitutto, ove si fosse completata la fase di transizione relativa all’applicazione del Titolo V della Costituzione (approvato frettolosamente dal centro sinistra nell’ultimo scorcio della XIII Legislatura), le spese degli enti locali (stipendi, prestazioni sociali e contributi a investimenti privati) sarebbero pari al 21% del pil (quasi il 45% della spesa pubblica complessiva), mentre le risorse tributarie delle amministrazioni interessate sarebbero pari al 17-18% del pil. Il difetto sta, quindi, nel manico- il federalismo demagogico con cui Prodi pensava di vincere le elezioni del 2001. Nel medio e lungo periodo, non c’è alternativa ad una nuova revisione della Costituzione per contenere i danni allora fatti.
Nel frattempo, però, anche senza intaccare gli organici (ed il personale a collaborazione), si possono fare economie ed evitare di spremere ulteriormente gli italiani. Adesso, gli enti locali fanno ricorso all’e-procurement per meno del 25% degli acquisti di beni e servizi; con poca concorrenza tra fornitori, comprano a prezzi più alti del dovuto. Inoltre, comuni, province ed altre autonomie dispongono di un vasto capitale in immobili di pregio ed in partecipazioni alle municipalizzate (stimate in € 5-6 miliardi). I documenti più recenti sulle privatizzazioni e liberalizzazioni in Italia (da quelli del gruppo di ricerca Astrid, animato da Franco Bassanini a quelli di Società Libera e dell’Istituto Bruno Leoni) documentano che gli enti locali sono stati i grandi assenti dal percorso in atto dalla metà degli Anni 90. Non che si possa fare in un anno ciò che non si è fatto in dieci; tuttavia, si potrebbe fare un buon inizio. Milano ha dato l’esempio vendendo Metroweb. Sta alla Capitale mostrare di non essere da meno.
Altra comparto sono i trasporti pubblici, i cui sussidi sono molto più alti della media europea; con un programma di aumenti programmati (e tariffe speciali per le fasce di reddito più basso) si ridurrebbero i disavanzi, spesso abissali. Economie potrebbero risultare anche da un miglior coordinamento: ad esempio, in Umbria (una Regione di 800.000 abitanti) a fine estate erano in corso una mezza dozzina di festival di musica classica. Un’altra area sono le relazioni internazionali dove spesso le autonomie si sono mosse senza sapere l’una cosa faceva l’altra; ad esempio, due Regioni hanno proposto alla stessa città del Kossovo di costruire (e donare) ciascuna un ospedale con identica capacità di posti letto.
La stangata è evitabile. Se la carenza di risorse acuisce la fantasia nella direzione giusta.

Fonte: Il Tempo del 7 ottobre 2006

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