• mercoledì , 24 Luglio 2024

Il braccio armato di Eurolandia

Eurolandia è uno strano animale, con un gran corpaccione e un solo braccio per agire. Ora gliene sta nascendo finalmente un altro, assai originale. Il primo braccio è la Banca Centrale Europea, quello nuovo, che fino a tre giorni fa era appena un abbozzo e ora si sta cominciando a formare, per il momento si chiama European Financial Stability Facility (Efsf) ma quando sarà compiuto a metà del 2013, avrà il nome di European Stability Mechanism (Esm). Questo braccio nascente è una novità assoluta, senza uguali al mondo, per la semplice ragione che anche l’euro, una valuta comune a un gruppo di stati nazionali, anch’esso non ha eguali nel pianeta.
Ce la prendiamo spesso con l’Europa, e spesso a ragione, per le sue burocrazie e i suoi ritardi, ma altrettanto spesso dimentichiamo che quello dell’euro è un progetto così nuovo e inedito che tutte le istituzioni che lo riguardano prima ancora di essere create devono essere inventate e poi, limite e forza delle democrazie, negoziate. Ci è costato molto questo processo, dall’inizio della crisi greca nell’autunno del 2009, a questo drammatico luglio del 2011. Molti denari e molti patemi, molte riserve di fiducia dilapidate, ma alla fine con due braccia per agire e per difendersi Eurolandia è un po’ più forte e un po’ meno “mostruosa” di prima.
Questo Efsf serve in realtà più a difendersi che ad agire. E’ una società con base in Lussemburgo dotata di un fondo che al momento ha una dotazione potenziale di 440 miliardi garantiti dagli stati membri (la Germania, il più grande, per 119 miliardi, l’Italia per 78, Malta, il paese più piccolo, per 398 milioni), che possono essere utilizzati per aiutare i paesi in difficoltà con la sostenibilità del loro debito e per contrastare gli attacchi della speculazione. L’Efsf può emettere obbligazioni e altri strumenti di debito e usare le risorse per finanziare gli stati che sono in crisi di liquidità o che non riescono a collocare i loro titoli sui mercati, può comprare dopo aver avuto il “permesso” dalla Bce titoli pubblici sul mercato secondario (ovvero non all’emissione) per contrastare una pressione speculativa sui titoli stessi e nel caso di default di un paese membro (ad oggi si prende in considerazione solo quello della Grecia) può garantire i suoi titoli quando vengono dati in pegno alla Banca centrale europea.
Cose molto tecniche, che hanno però dietro un bel po’ di filosofia e anche numerosi duelli, tra stati e tra visioni diverse. C’entrano concetti come la solidarietà e l’azzardo morale, il rapporto tra stato e mercato e tra pubblico e privato, tra il potere della politica e alla fine della democrazia e la forza della speculazione.
Il primo risultato concreto è che ora la Grecia si può salvare, nel senso che c’è uno strumento per farlo e la volontà condivisa di utilizzarlo. Non è un risultato da poco. La Grecia in bilico aveva sparso per il mondo il germe della sfiducia sull’affidabilità fiscale della Spagna e dell’Italia, ovvero della loro capacità di ripagare i debiti contratti, fino al dubbio diffuso sulla sostenibilità dell’euro stesso, che fino a giovedì molti ritenevano fosse come un foglio di carta pronto a sminuzzarsi in tanti coriandoli quanti sono i paesi di Eurolandia. L’Efsf fornirà risorse ad Atene all’interno di un complesso pacchetto che consentirà di ridurre l’ammontare del debito greco, contenere il suo costo e allungarne la durata.
L’antibiotico c’è e stiamo già giorno dopo giorno verificando la prova della sua efficacia. I mercati lo testano e la speculazione prova a spremere ancora un po’ di miliardi alzando sempre l’asticella: per i signori del denaro in vista della possibilità di rimpinguare ulteriormente i loro portafogli quello che si fa non basta mai, e pazienza se interi paesi vengono condannati alla recessione o intere popolazioni a una drastica riduzione del loro tenore di vita. Ma questo, si sa, non è un problema loro. In fondo i numeri sono numeri e quando c’è la convenienza a vendere piuttosto che a comprare la morale fa poca strada. Il problema è quando la politica e la democrazia non hanno gli strumenti per difendere il loro progetto né l’autorevolezza per implementarlo. In quelle condizioni si è trovata l’Europa negli ultimi mesi fino al punto da rischiare il suo futuro. Ora, dopo il faticoso ma finalmente produttivo vertice dei capi di governo giovedì scorso a Bruxelles si riparte. In salita, ma si riparte.
Al di là della tecnica, i punti chiave sono quattro: il primo è che dall’euro non si torna indietro perché si ritiene che avere una valuta comune sia positivo per tutti i paesi dell’area e per il mondo intero; il secondo è che la realizzazione nel tempo di questo progetto straordinario che si chiama Europa Monetaria richiede un collante che si chiama solidarietà. Senza di essa, nessuno ha l’autorevolezza per realizzare il terzo pilastro, che è la disciplina fiscale di tutti e di ciascuno, una disciplina che non deve distruggere le possibilità di crescita ma che non lasci spazio all’azzardo morale, ovvero a quell’atteggiamento opportunista di chi ritiene che spendere si possa anche se non se ne hanno le risorse perché alla fine c’è qualcuno che paga il conto. Vale per gli stati e vale per l’atteggiamento dei cittadini, i quali devono sapere che essere europei vuol dire che non si è soli nella difficoltà ma non è più ammessa l’irresponsabilità.
Il quarto punto chiave è il rapporto tra istituzioni e mercato. Fino a ieri ha comandato il secondo, adattando l’interpretazione del concetto stesso di mercato secondo le convenienze non di tutti gli attori ma di quelli che lo dominano, ovvero le grandi banche d’investimento e le agenzie di rating. Da oggi, dopo vent’anni di quel “pensiero unico” che affermava la vitalità assoluta del mercato senza regole che poi ci ha portato alla crisi del 2008, si avvia una processo per ristabilire il principio che i protagonisti del mercato non sono i padroni del mercato stesso e di tutto il resto. Luigi Spaventa venerdì su Repubblica ha efficacemente citato l’Enrico V di Shakespeare: «We are the makers of manners», siamo noi, le istituzioni, a decidere le regole.
Il test sulla efficacia di questo processo arriverà presto. Il pacchetto di salvataggio della Grecia prevede la partecipazione dei creditori privati, ovvero delle banche che hanno in portafoglio i titoli di Atene, che contribuiranno con circa 37 miliardi. 37 miliardi di perdite nei loro conti che si concretizzeranno attraverso un ventaglio di possibili operazioni sui titoli greci (dal riacquisto di titoli sostitutivi a prezzi scontati e tassi più bassi all’allungamento dei termini di scadenza). La partecipazione delle banche sarà volontaria e non ci sarà un default tecnico del debito greco ma quello che nel gergo della finanza viene definito “credit event”, e cioè qualcosa che cambia i termini del credito stesso. Le agenzie di rating hanno già detto che per loro qualunque “credit event” sarà un default, ma questa volta dovranno confrontarsi con una nuova realtà.
La prima novità è che la Banca centrale europea potrà evitare che un “credit event” sui titoli di Atene si trasformi in una crisi di liquidità e quindi un default vero e proprio dell’intero sistema bancario greco, perché continuerà ad accettare quei titoli, che avranno la garanzia dell’Efsf, come collaterale per finanziare le banche stesse. Il rischio di contagio è quindi scongiurato. C’è un altro rischio, però, collegato ai famigerati credit default swaps, quella sorta di polizze che coprono dal rischio di insolvenza del creditore. Ebbene, se ci fosse una dichiarazione di default su alcuni titoli greci l’assicurazione dovrebbe scattare, e i conti di quelli che hanno emesso i cds potrebbero non tornare. La decisione formale se si tratta di default o no in questo caso non spetta alle agenzie di rating ma all’Isda, l’International swaps and derivative association, alla quale partecipano tutte le principali istituzioni finanziarie. Sarà lì che si giocherà il vero braccio di ferro. Dalla decisione che prenderà l’Isda si capirà se i padroni del mercato vogliono una prova di forza con le istituzioni oppure ne riconoscono il primato. Ma se volessero la guerra questa volta non troverebbero Eurolandia disarmata.

Fonte: Affari e Finanza del 25 luglio 2011

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