• venerdì , 24 Maggio 2024

I privati si rimbocchino le maniche

Nella conferenza stampa di ieri Monti ha evitato risposte precise a domande dirette, ma non è stato reticente almeno per quanto riguarda le pensioni, le liberalizzazioni e il lavoro: i temi più delicati nel rapporto tra il «governo dei tecnici» e i partiti che lo appoggiano. Sulla previdenza, non vi saranno gli interventi correttivi richiesti dai sindacati e dal Pd (sull`innalzamento dell`età pensionabile e sulle penalizzazioni nel caso di esodo anticipato); saranno estese soltanto le tutele ora previste per i lavoratori in mobilità anche ad altre particolari situazioni di persone che, per effetto dei nuovi requisiti di accesso alla pensione, potrebbero trascorrere lunghi periodi prive di alcun tipo di reddito.
Sulle liberalizzazioni, Monti ha mandato un segnale ras- Lavoro La nuova disciplina del licenziamento individuale dovrebbe valere per tutti, non solo per i nuovi occupati sicurante al PdL: non vi sarà un particolare accanimento ai danni di talune categorie, ma il governo procederà in modo organico in diversi settori. Per quanto riguarda il mercato del lavoro il premier si è limitato a tracciare il perimetro della riforma, confermando l`esigenza di superare l`attuale dualismo mediante una politica attiva di reimpiego dei lavoratori disoccupati. Purtroppo, l`unico elemento di merito indicato dal presidente del Consiglio non è condiviso da chi scrive: la nuova disciplina del licenziamento individuale, secondo criteri di maggiore flessibilità, dovrebbe valere per tutti, non solo per i nuovi occupati, come sostiene il governo. Sulla «fase 2» saranno coinvolte le parti sociali, i cui leader sembrano aver dimenticato che la crescita è una variabile dipendente proprio dalla capacità di competere, la quale, a sua volta, è condizionata da un uso ottimale della manodopera e dell`organizzazione produttiva. Il Paese potrà evitare la recessione e garantirsi un minimo di sviluppo, sia pure in un contesto globale caratterizzato da una robusta decelerazione, soltanto se riuscirà a recuperare – o quanto meno a difendere – quote di mercato mediante una maggiore forza competitiva dell`apparato produttivo e dei servizi. Il mondo dell`economia dovrà fare da sé lo sforzo più importante. Nella “Grande crisi” della prima metà del XX Secolo fu l`intervento dei governi, negli Usa come in Europa, a contenerne i costi sociali (furono fondate le istituzioni pubbliche di welfare) e a sostenere l`economia reale in difficoltà (in Italia, con la creazione dell`Iri): una terapia oggi impraticabile perché sono a rischio di default proprio gli Stati e i loro bilanci. Così, le parti sociali potrebbero fornire un significativo contributo cominciando ad avvalersi degli strumenti – a costo zero – disposti dal governo Berlusconi. A partire dall`articolo 8 del decreto di ferragosto che consente di negoziare, in deroga, a livello aziendale o territoriale, specifiche intese – sorrette da una fiscalità di vantaggio e, a certe condizioni, valide erga omnes – “finalizzate alla maggiore occupazione, alla qualità dei contratti di lavoro, all` adozione di forme di partecipazione dei lavoratori, all`emersione del lavoro irregolare, agli incrementi di competitività e di salario, alla gestione delle crisi aziendali e dell`occupazione, agli investimenti” e riguardanti la regolazione delle materie attinenti all`organizzazione del lavoro e della produzione, incluse “le conseguenze del recesso dal rapporto di lavoro” (ovvero una revisione concordata del fatidico articolo 18). A proposito di competitività, meriterebbe, infine, un`attenta considerazione quanto previsto, nella legge n.183 del 2010, in tema di risoluzione delle controversie di lavoro, tramite una forma di conciliazione e di arbitrato da rendere operativa mediante la sottoscrizione volontaria di clausole compromissorie individuali. La norma prevede che, in caso di inerzia delle parti sociali nel darvi attuazione, sia il ministro del Lavoro a intervenire, in sede di mediazione prima, di regolazione sperimentale, poi. I sindacati e la Confindustria hanno lasciato trascorre un anno inutilmente.

Fonte: Il Tempo del 30 dicembre 2011

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