• martedì , 18 Giugno 2024

Finanza e popolo sempre più lontani Una speranza nel “fare da soli”

Le vicende un po’ stralunate della manovra di correzione dei conti pubblici hanno messo in ulteriore evidenza il fatto che fra gli andamenti del circuito finanziario internazionale e quelli della vita quotidiana dell’ economia reale, delle imprese, delle famiglie (del «popolo» se mi si passa l’ abuso di termine) sta crescendo la frattura e la lontananza, nel totale vuoto di ogni istanza e potere fra loro intermedi. Qualcuno ha detto di recente che la finanza è il cervello dell’ economia e che è quindi naturale che, quando il cervello entra in crisi, tutti gli altri soggetti entrino in sofferenza. A parte i dubbi sulla finanza come cervello (ha solo flussi e non sistema nervoso), è a dir poco inammissibile che nessuno si applichi a capire perché e come la finanza continui la sua corsa verso l’ incontrollabilità planetaria, causa ed effetto di una speculazione sempre più devastante; e che al contempo nessuno abbia capacità di controllarne la crisi; che tutti vivano passivamente l’ impazzimento delle sue procedure;chei sentimenti prevalenti siano la paura e lo spavento che l’ accompagnano; e che in conclusione sia lo spavento a guidare il suo affannoso contenimento, specialmente a livello nazionale. Se guardiamo alle provinciali cose italiane, facilmente riscontriamo tale sequenza: se la ripercorriamo all’ indietro troviamo in questi giorni l’ affanno delle cose da decidere, lo spavento (il rischio Grecia riproposto a oltranza), la passività fatalistica di fronte a cose più grandi di noi, il lassismo rispetto alle piroette finanziarie, la rinuncia a esercitare capacità e potere su di esse. Tutto ciò, molte miglia più in basso, ha effetti molto disturbanti sulla vita quotidiana di quel che ho chiamato «popolo»: le famiglie sanno che con le manovre arriveranno sacrifici più o meno precisati, le piccole imprese sanno che sarà sempre più difficile ottenere credito per le loro attività; le grandi imprese sanno che dovranno faticare e duramente ristrutturare; tutti sanno che ogni manovra porta disoccupazione; le amministrazioni locali sanno che avranno sempre meno soldi e daranno sempre meno servizi; le diverse attività terziarie (dal credito ai trasporti) sanno che l’ ipotesi per loro più probabile è di continuare a navigare a vista, Si può in sintesi dire che lo spavento e le manovre alimentate dall’ alto e dall’ esterno finiscono per avere l’ effetto di una frustrazione e quasi una depressione collettiva, con buona pace di chi incita a rilanciare ripresa e crescita economica. Le stesse armi tradizionali del popolo (il conflitto e la negazione del consenso) sono rese inerti dalla collettiva frustrazione. Può una società complessa come la nostra accettare la crescente estraneità fra i potenti destini dei circuiti finanziari ed i poveri destini di un popolo sempre più passivo? La risposta cinica sarebbe che può, visto che già lo fa, e senza troppi drammi; ma il dramma vero è che a breve quell’ estraneità uccide le istanze alla necessaria «ripartenza», mentre a lungo termine essa rende slabbrata l’ identità nazionale e conflittuale la vita sociale. È quindi necessario contrastare la lontananza fra finanza e popolo: e per far questo occorre far crescere soggetti e poteri che sappiano occupare lo spazio lasciato vuoto dalle due dimensioni oggi divaricanti: soggetti che sappiano fare politica attiva verso l’ alto, nella gestione dei circuiti finanziari; e soggetti che sappiano fare mobilitazione dal basso della vitalità sociale oggi «in sonno». Purtroppo non si vedono oggi soggetti intermedi capaci di far politica attiva verso l’ alto: i poteri comunitari (mondiali e europei) sembrano inconcludenti, prigionieri nella loro pletorica e costosa tecnocrazia (ne abbiamo il sentore quando vediamo sfilare le immagini televisive delle loro affollate riunioni); i singoli governi nazionali sembrano condannati a contar poco quando la speculazione li attacca frontalmente (al massimo sono chiamati a far da «assicuratori di ultima istanza»); ed i poteri forti delle varie economie, cioè le concentrazioni bancarie e finanziarie, non riescono a far sistema e alla fine tentano solo di cavarsela e/o di cavalcare furbamente le onde della congiuntura. Tutti insieme non sono in grado di evitare che il circuito finanziario internazionale continui a coltivare la sua autoreferenziale coazione a speculare. Il popolo resta solo, nel vuoto della politica. E, se non vuole condannarsi alla passiva indifferenza di chi non capisce cosa stia succedendo, dovrà prima o tardi reagire: non favorendo, se possibile, fondamentalismi antispeculativi e magari anticapitalistici, ma organizzando la sua forza strutturale (nell’ economia reale, nelle imprese, nei patrimoni familiari) in movimenti e soggetti intermedi di iniziativa e responsabilità. Potrebbe non essere impossibile sfidarsi «a far da soli» (come ha detto un importante imprenditore), se non si resta dispersi nelle singole molecole di impegno e se si riesce a far crescere una rappresentanza di interessi che raccolga e valorizzi, ma al tempo innovi, i corpi intermedi (imprenditoriali, sindacali, associativi, localistici, ecc.) che hanno dato ampie prove di responsabilità collettiva nei nostri momenti più duri e che cominciano a dar segni di voler uscire dal letargo in cui sono stati marginalizzati dai protagonismi di verticalizzazione politica degli ultimi anni. Diamoci un pò di speranza, ne abbiamo bisogno.

Fonte: Corriere della Sera del 29 maggio 2010

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