• domenica , 21 Luglio 2024

Europa, attacco al welfare

La crisi ha fatto la sua vittima finale. Dopo aver colpito, in ordine di tempo, la finanza, l’economia reale, il lavoro e i conti pubblici ora è il momento del welfare. La vera grande conquista dell’Europa nella seconda metà del ventesimo secolo è a rischio. A deciderlo sono stati i mercati, che hanno impresso una terribile accelerazione alla necessità di ridurre i deficit degli stati e la mannaia inesorabilmente sta calando su pensioni e sanità, assistenza ed educazione. Siamo solo all’inizio, ma intanto sono caduti i primi tabù. Il primo ministro francese Francois Fillon, in un messaggio agli altri componenti del governo nel quale delinea i contorni di un provvedimento per ridurre del 10 per cento in tre anni le spese per l’assistenza, testualmente scrive che le revisioni riguarderanno in particolare «i dispositivi legati a regole di individuazione automatica o i diritti acquisiti». E’ una prima volta. Fino ad oggi i «diritti acquisiti» erano considerati materia intoccabile: ebbene, non lo sono più. E’ un’altra delle poche certezze rimaste a cadere.
Il secondo tabù è la riduzione dei salari nominali. Dal 1930 in poi non era mai successo, era l’inflazione a provvedere alla bisogna, erodendo mese dopo mese e anno dopo anno il potere di acquisto di salari e stipendi dei paesi meno competitivi, i salari reali crescevano ma il loro valore reale diminuiva. Ora non ci sarà più neanche l’illusione ottica di vedere i numeri in busta paga salire. Scenderanno invece, bruscamente e brutalmente. Lo hanno già deciso per i dipendenti pubblici l’Irlanda, la Grecia, la Spagna, la Romania e probabilmente lo farà anche il Portogallo.
La lista dei provvedimenti già presi dai paesi più esposti è impressionante. Atene ha deciso di ridurre del 20 per cento gli stipendi dei dipendenti pubblici, del 10 per cento le pensioni e di aumentare da 61 a 65 anni l’età per il ritiro dal lavoro. Madrid ha tagliato gli stipendi dei dipendenti dell’amministrazione del 5 per cento, ha congelato le pensioni, ha cancellato il contributo di 2 mila 500 euro alle famiglie con un nuovo nato, ha ridotto la spesa sanitaria ed eliminato la retroattuività degli aiuti ai non autosufficienti. Si discute di un aumento dell’età pensionabile da 65 a 67 anni. Lisbona aumenta le tasse dirette e indirette e prevede un prelievo straordinario sulle tredicesime pubbliche e private. La Romania ancora più drasticamente ha tagliato gli stipendi pubblici del 25 per cento e i sussidi di disoccupazione del 15. La Francia, che pure non è nell’occhio del ciclone, ha cominciato, con la lettera di Fillon di cui sopra, a mettere le basi per un taglio degli assegni familiari, degli aiuti per le famiglie a basso reddito in cerca di lavoro e dei sussidi per i disabili.
La lista si allungherà nelle prossime settimane e nessuno dei paesi di Eurolandia, ma non solo, potrà sottrarvisi. Sarà una cura dimagrante delicata e pericolosa, alla quale la pressione dei mercati impone tempi che non sono in linea con quelli della politica e, soprattutto, con quelli della società. Colpisce peraltro che in nessuno dei paesi che hanno annunciato o deciso tagli sia stato previsto qualche provvedimento a carico dei patrimoni, delle rendite o dei redditi più alti. Ci sono solo delle discussioni. In Spagna per esempio si ipotizza un aumento della tassazione dei redditi più elevati mentre in Gran Bretagna la nuova alleanza tra i conservatori e i liberal democratici tra i punti del programma prevede l’aumento della tassazione sui capital gain dal 18 al 40 per cento.
Sarebbe assai difficile colmare i buchi di bilancio puntando soltanto sulle fasce privilegiate della popolazione, perché sono più ristrette e il gettito non sarebbe sufficiente. Si pone tuttavia un problema di legittimazione e di sostenibilità politica dei sacrifici chiesti alle classi meno abbienti. Il sociologo Luciano Gallino, uno dei maggiori studiosi italiani delle tematiche del lavoro, la mette così: «Nell’arco degli ultimi 25 anni nei paesi Ocse tra 8 e 12 punti di pil si sono spostati dal lavoro alla rendita. Che si chieda adesso di pagare ancora a chi ha avuto già una riduzione così forte della sua partecipazione alla ricchezza prodotta, ci dice che qualcosa non quadra nel sistema politico dell’Occidente». Gallino pone anche un altro problema: «La quota dei lavoratori poveri, ovvero di coloro che hanno una attività ma il cui salario è inferiore ai due terzi del reddito medio è del 27 per cento negli Stati Uniti, del 23 per cento in Germania, del 18 per cento in Olanda. Se anche nei paesi più ricchi abbiamo un quarto della popolazione che lavora ed è povera, pensare di strizzarla ancora comporta un rischio serio di stabilità sociale».
C’è peraltro da ricordare che mentre i tagli agli stipendi e al welfare sono stati decisi assai rapidamente, la tassazione degli intermediari finanziari, quelli che hanno fatto miliardi creando la bolla, hanno poi scaricato i loro rischi sui debiti pubblici facendoli esplodere e poi si sono messi a fare altri miliardi attaccando i paesi che li avevano salvati, ancora non decolla. Ci sono sul tavolo tre proposte la Financial Stability Contribution, una piccola tassa proporzionale al debito delle istituzioni finanziarie; la Financial Activity Tax, una sorta di iva che tassi i profitti delle imprese finanziarie e i bonus dei loro manager; la Financial Transaction Tax, un prelievo tra lo 0,1 e lo 0,01 sulle transazioni finanziarie internazionali ma le banche salvate con i soldi dei contribuenti si dimostrano assai più forti dei contribuenti stessi e le decisioni su questo fronte non sembrano imminenti.
Il welfare non sfuggirà al suo destino. Volando alto, qualcuno dice che messa in mezzo tra il modello americano e quello cinese, l’Europa deve fare la sua parte per adeguarsi se non vuole rimanere stritolata: il welfare bisogna poterselo permettere e non è dalle tasse, che in Europa sono decisamente più alte che negli altri continenti, che può venire la soluzione.
Scendendo più in basso quello che conta sono i numeri, i quali ci dicono che il sistema europeo di protezione sociale era già in tensione assai prima del crack della Lehman Brothers e di quello che ne è seguito. L’Aging Working Group dell’Unione Europea, da tempo sta valutando gli effetti della demografia sulla tenuta del welfare nel vecchio continente e ancora nel 2006, prima cioè della crisi, i risultati delle sue analisi non erano confortanti. Ad una valutazione prudenziale il solo effetto demografico, ovvero l’invecchiamento della popolazione, avrebbe determinato nei prossimi cinquant’anni un aumento del peso del welfare sul pil di oltre quattro punti percentuali. Ovviamente la crisi ha peggiorato le cose, perché il pil è diminuito, e quindi anche se la spesa fosse rimasta costante il suo peso sulla ricchezza prodotta sarebbe aumentato. Il rapporto del gruppo di lavoro presentato nel 2009 ne tiene conto e infatti la situazione si aggrava. Anche se l’Italia è tra i paesi per i quali è prevista una delle correzioni più basse, solo il 2 per cento contro per esempio l’8,9 per cento della Spagna e il 16 per cento della Grecia, ma anche il 2,7 della Francia e il 2,6 della Germania o il 5,1 della Gran Bretagna.
Scendendo ancora più in basso, al di sotto cioè delle tendenze di lungo periodo e andando invece a guardare i comportamenti dei singoli stati, si scorgono in questo epilogo triste responsabilità che non sono della demografia né della crisi ma delle scelte politiche di governi e maggioranze che hanno usato la spesa pubblica per costruire consenso e per tenere in piedi con lo strumento più facile, il debito, economie poco competitive. E’ accaduto all’Italia degli anni ’70 e soprattutto ’80, quelli delle baby pensioni, delle assunzioni di massa nella pubblica amministrazione, delle pensioni d’invalidità usate come strumento di clientela e di sostegno sociale, ed è accaduto in Grecia nel primo decennio di questo millennio complicato, con l’ombrello dell’euro che teneva bassi i tassi e i trucchi contabili che nascondevano i buchi, mentre lo stato e gli enti locali assumevano a man bassa e le pensioni non si negavano a nessuno.
Non era grasso da distribuire, era debito che veniva distribuito, e ora che il debito bisogna pagarlo si deve tornare indietro. Eliminare le rendite che ci sono nei sistemi pubblici e nel welfare è una operazione doverosa, che l’Italia in parte ha fatto e che deve completare, e che altri paesi devono rapidamente cominciare a fare. Ma attenzione, subito dopo c’è la carne viva della società, quella che quando si arriva a toccarla fa male davvero.

Fonte: Affari e Finanza del 17 maggio 2010

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