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Economia, i punti di forza da cui ripartire

L’Europa? E’ un continente vecchio, che invecchia, pieno di debiti e che non cresce. Perché mai i mercati finanziari dovrebbero investire in un ‘area così?
Se vogliamo capire davvero le ragioni della profonda crisi in atto nel Vecchio continente dobbiamo probabilmente partire da questa frase, ripetuta da un banchiere internazionale nei giorni più acuti della recente crisi, che spiega forse più di qualsiasi rapporto o sofisticata simulazione ecometrica perché siamo tutti sotto la doccia fredda della speculazione.
Se poi aggiungiamo che quelle tre condizioni negative per l’Europa , vecchiaia, bassa crescita e alti debiti, sono in Italia ancora più marcate che altrove, capiamo forse meglio di quanto ci spieghi Tremonti o ribatta Bersani perchè abbiano bisogno di una manovra correttiva severa che chieda a tutti di dare un contributo.
Nel mare di cifre e percentuali che piovono dagli innumerevoli centri di ricerche o di previsione, quelle fornite dall’Istat nel rapporto annuale del suo nuovo presidente, Enrico Giovannini, hanno il pregio della certezza e di fare piazza pulita, una volta per tutte, della vulgata, diffusa in certi ambienti dell’opposizione politica e finanziaria , secondo la quale il Paese è in una fatale debolezza e in un inesorabile declino e di inquadrare ciò che l’Italia è oggi nella cornice dell’Europa di domani.
Le cifre dell’Istat non addolciscono alcuna pillola e registrano tutto ciò che di negativo sappiamo sull’andamento dell’economia italiana; la caduta del prodotto interno lordo più marcata ( – 6,3% nel biennio 2008-2009), della produzione industriale ( ridotta di un quarto), del tasso di occupazione, ( dal 58,7% al 57,5%) soprattutto di giovani e donne, ma mettono anche in chiaro, nero su bianco, che non si tratta di debolezze degli ultimi mesi bensì di realtà ben note e documentate da almeno un decennio e che la crisi attuale mette a nudo fragilità italiane che nessuno ha finora affrontato con l’energia necessaria, né da destra né da sinistra, nell’illusione che l’Euro sarebbe stato lo scudo protettivo al riparo del quale tutti i Paesi membri avrebbero potuto continuare indisturbati a vivere al di sopra delle reali possibilità.
La crisi greca, ed ora dell’intera area europea, dimostrano che non è così. Ma la stessa crisi mostra sorprendentemente anche una realtà italiana vitale e reattiva nella quale il dualismo non è più quello tradizionale tra ricchi e poveri, tra nord e sud, bensì tra aree efficienti ed inefficienti, tra lavoratori inclusi o esclusi, tra aree del paese in cui la tecnologia è più diffusa e dove lo è meno e che reagisce con vitalità e reattività, smentendo l’idea di una rassegnata resa al declino.
Emerge così una mappa dei punti di forza del paese che la crisi ha probabilmente aiutato a crescere.
E’ fatta di imprese efficienti che assumono ( in 650 mila hanno aumentato l’occupazione, in 350 mila l ‘hanno ridotta) guadagnano, ed esportano . Nella fase più acuta della crisi, dice l’Istat, le imprese che hanno aumentato le esportazioni sono passate al 27,5% al 49,5%.
E’ fatta di competitività che si risveglia: le imprese non esportano più solo prodotti maturi che non vengono richiesti quando i commerci mondiali ripartono, ma prodotti a tecnologia più elevata strettamente correlarti alla domanda mondiale. E li vendono sia in Europa che nel resto del mondo.
E’ fatta di produzione industriale che riparte: negli ultimi dodici mesi che si concludono a marzo la produzione è aumentata del 6,4% e l’’export del 9,2%.
E’ fatta di conti pubblici meno disastrati dei nostri partner: dice l’Istat che l’Italia è riuscita a contenere il deterioramento e presenta un andamento migliore del Regno Unito, della Spagna, e della Francia.
E’ fatta, infine, di un debito delle famiglie private più basso e con una ricchezza patrimoniale più alta che nel resto d’Europa.
Certo, non mancano ampie zone d’ombra relative soprattutto alla potenzialità inespressa di giovani in cerca di occupazione e stretti tra l’ansia di emancipazione e la frustrazione di non riuscire a realizzarla; ma sarebbe ingeneroso per chi si dà da fare, non vedere o minimizzare ciò che di buono il Paese riesce ad esprimere anche in tempi di crisi, soprattutto perché indica la direzione verso la quale l’economia deve incamminarsi.
E qui si pone la vera sfida del futuro. Tra qualche settimana i governanti dell’Unione europea si troveranno come dieci anni fa a definire la nuova “Strategia europea 2020” dopo aver verificato il fallimento di quella firmata a Lisbona, dieci anni fa, che puntava a fare dell’Europa “l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e coesione sociale”.
Altro che area più competitiva del mondo! Tutti gli obiettivi indicati nella strategia di Lisbona sono stati falliti, non solo da noi ma da tutti i paesi europei. E la ragione sta nel fatto che quegli obiettivi furono individuati e adottati astrattamente dall’alto delle burocrazie, e distrattamente fatti propri dai governi, nella sottintesa convinzione che rispettarli o meno sarebbe stata la stessa cosa, tanto non comportavano alcuna sanzione dell’Unione europea.
La sanzione invece è arrivata dai mercati ed è stata e continua ad essere pesante. La prima fase della costruzione dell’Euro ebbe successo perché, anche se rozzamente indicati, i parametri di Maastricht per condurre i deficit pubblici al 3% del Pil e il debito al 60% del Pil diventarono il traguardo obbligato di tutti i paesi europei che ambivano al premio di far parte dell’unione monetaria dal primo momento, la cosiddetta “Serie A” dell’Europa. Occorrono ora nuovi e più penetranti parametri-obiettivo: sull’occupazione dei giovani, sulla spesa per la ricerca, sulle liberalizzazioni, sulla concorrenza, sulla natalità, sul livello di welfare, sulla pressione fiscale, sui livelli di spesa pubblica, sul costo della politica. Una pagella con tante materie per le economie e le politiche nazionali.
Forse lo choc di questa crisi , e la sua pesante ricaduta di queste settimane, potrebbero essere l’occasione per rendere i nuovi obiettivi non più una astratta aspirazione alla quale ogni paese può se vuole aderire, ma qualcosa di più costrittivo per chi vuole davvero costruire un futuro di speranza e di benessere. E convincere i mercati che lo si vuole davvero.

Fonte: 31 maggio 2010

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