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E’ tempo di fare scelte oculate

Ci mancava solo il “portierone” Gigi Buffon, che alla vigilia della partenza per il Sudafrica, toglie minuti preziosi agli allenamenti della Nazionale per dire la sua sull’abolizione, peraltro ancora presunta, di alcune province, tra cui quella di Massa Carrara che gli ha dato i natali. E quel suo “non è giusto, per me è un vero e proprio senso di appartenenza”, finisce col saldarsi al pianto greco di molti esponenti politici di maggioranza e di opposizione – qualcuno, come il Zingaretti presidente della Provincia di Roma, con accenti (“si colpisce la democrazia”) davvero fuori luogo – e alla minaccia di Bossi, che facendo riferimento a Bergamo per far capire che è pronto a scatenare la “rivoluzione del Nord”, si è detto pronto niente meno che alla “guerra civile”.
Ma perché l’idea di abolire quello che, dati alla mano, è un vero e proprio ente inutile, scatena reazioni così violente? Quali interessi si annidano dentro e dietro le province? E cosa ha davvero deciso il governo con la manovra correttiva varata l’altro giorno? Partiamo da qui. Nel testo ufficialmente passato come definitivo, si indica come uno dei tanti tagli previsti dal decreto quello dell’abolizione delle province che abbiano meno di 220 mila abitanti (e qui sarebbe interessante andare a vedere quali sono quelle che rientrano subito sopra questa entità), che non appartengano a Regioni a statuto speciale (se ne salvano otto) e che non siano confinanti con altri Stati (cinque le esentate). Esce così, da questi criteri, l’elenco di nove province: Biella, Massa Carrara, Ascoli Piceno, Fermo, Rieti, Isernia, Matera, Crotone e Vibo Valentia. A parte la prima e quella che tiene in ansia Buffon, tutte le altre sono al Centro-Sud. Ma siccome il testo non le indica esplicitamente, e visto il fuoco di sbarramento dei contrari, ecco che ne viene fuori un gran pasticcio all’italiana. Per esempio Vercelli, è fuori perché per un solo kilometro confina con la Svizzera.
In tutti i casi, però, dovrebbero essere ben altri i criteri da adottare, perché o ci sono ragioni valide che militano a favore dell’abolizione, e allora non ha senso distinguere, oppure se, come dice la Lega rappresentano una “tradizione storica” ed erogano “servizi importanti”, non ne dovrebbe essere toccata alcuna. In realtà, di abolizione in toto si parla fin da quando negli anni Settanta furono create le Regioni: allora erano meno di 80 e Ugo La Malfa le additò come enti inutilmente doppioni delle nuove amministrazioni regionali. Oggi sono diventata 109, di cui le ultime tre nel 2009 alla faccia della promessa di almeno fermarne la crescita, e costano complessivamente 17,5 miliardi, la maggior parte dei quali (circa il 70%) va per spese correnti di automantenimento, anche perché la funzione davvero fondamentale delle province è la manutenzione delle strade mentre è sempre ricca la voce di bilancio che raggruppa le spese per promozione turistica, convegni, sagre e altre amenità varie. A marzo 2008, nel programma del Pdl “Rialzati, Italia”, uno dei 7 punti-cardine era “ridurre la spesa pubblica a partire dal costo della politica e dell’apparato burocratico: ad esempio le province inutili”. E in quello del Pd: “via le Province inutili e loro fusione con le aree metropolitane”. Dello stesso avviso era la quasi insurrezione popolare contro la “Casta”. Un anno dopo, a marzo 2009, mentre in Parlamento si discute il disegno di legge delega sul cosiddetto federalismo fiscale ecco il calcolo a dir poco sbalorditivo dell’Università La Sapienza di Roma: con la nuova normativa il costo delle province si prepara a salire di circa il 65%. Come? Già all’articolo 1 si riconosce la necessità di “attribuire un loro patrimonio a comuni, città metropolitane, province e regioni”, cioè quel “federalismo demaniale” che ha preso corpo in questi giorni. Ma è all’articolo 2 che la legge parla chiaramente di “autonomia finanziaria delle province”. In maniera ancora più esplicita, prevede che esse abbiano “risorse autonome derivanti da tributi ed entrate proprie”. Da dove si prenderanno queste risorse? Semplice: ne otterranno una parte dell’Irpef pagata dai contribuenti e addirittura potrebbero fissare nuovi tributi. Arrivando così, si calcola, a quota 27 miliardi: una cifra che supera la manovra biennale 12+12 appena varata.
Si dice e Berlusconi lo ha recentemente ripetuto: ma se si passano i dipendenti ad altri soggetti pubblici, il risparmio reale è poco. A parte il fatto che questa è la migliore ammissione che il grosso del costo va sotto la voce stipendi, viene da rispondere: e dove sta scritto che quei dipendenti loro malgrado “inutili” debbano per forza essere mantenuti in forza alla pubblica amministrazione? E’ proprio facendo questo tipo di politica – che, francamente, ci si aspetta da parte della sinistra di matrice sindacale, non dalla destra che pretende di essere liberale – che si arriva a creare le condizioni per casi come quello della Grecia e per la stessa crisi dell’Europa. Tanto è vero che i paesi più saggi fanno per tempo le scelte più oculate. Per esempio, la Danimarca, che pure è un decimo dell’Italia sia per superficie che per popolazione, nel 2007 ha abolito le sue 13 contee tradizionali creando 5 Regioni, che a loro volta hanno 98 Comuni. Già, avete letto bene: meno di cento, mentre i Comuni italiano sono 8.100, di cui ben 5.700, cioè il 70%, sono sotto i 5 mila abitanti. E in più noi abbiamo 20 Regioni, 330 comunità montane (di cui un certo numero al mare), 63 consorzi di bacino che servono 2 mila comuni, 7.100 tra consorzi e società controllate da enti locali che producono 25 mila “poltrone”, e così via. Una burocrazia che nell’ultimo decennio ha aumentato la spesa pubblica dell’80% e ha portato a un aumento delle tasse locali per i cittadini del 111% (dal 1995 al 2006).
Se dobbiamo non solo fare sacrifici per salvare noi stessi e l’euro, ma dobbiamo modernizzare un paese fermo e arretrato, non sarebbe logico partire da qui? Diminuire a metà il numero di Comuni, abolire in toto le Province, accorpare le Regioni più piccole a quelle più grandi, cancellare dalla faccia della terra enti di secondo e terzo grado inutili, porterebbe a regie un risparmio come minimo di 100 miliardi. Una cifra con cui, finalmente, far ripartire la crescita e darci una prospettiva futura. Altro che litigare su nove piccole province.

Fonte: Messaggero 28 maggio 2010

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