• domenica , 14 Luglio 2024

E’ ora delle grandi riforme

Un terziario più efficiente darebbe slancio alla ripresa.
Mille miliardi di valore aggiunto prodotto da 2,9 milioni di imprese (il 55% del numero complessivo di aziende) con 15,5 milioni di occupati (il 66,5% del totale), pari al 71% del totale del valore aggiunto nazionale, di cui il 50% relativo ai servizi privati di mercato (dal commercio al turismo, dai trasporti alle attività professionali e finanziarie) e il 21% alla pubblica amministrazione e ai servizi alla persona. Se questa è la dimensione (stimata dall’Istat ed elaborata dal Censis) del terziario italiano e del suo peso sull’economia nazionale, non occorre spendere molte parole per spiegare quanto sia decisivo ai fini della ripresa impegnarsi per rilanciarlo, rendendolo più competitivo. Specie se si considera che la recessione ha morso soprattutto il manifatturiero, e quindi anche quella spinta alla ristrutturazione e modernizzazione che si auspicava – e che rimane indispensabile – non c’è stata, nonostante che in molti comparti il combinato disposto tra ampie sacche di improduttività, scarsa razionalizzazione delle risorse e basso livello di concorrenza renderebbe possibile fare incremento di valore con pochi investimenti e un po’ di buon senso. Anzi, la crisi ha ulteriormente abbassato la già ridotta produttività del terziario, che dal 2008 a oggi ha perso tre punti di valore aggiunto ma ha mantenuto stabile l’occupazione. Mentre in Germania, per esempio, la produttività oraria nel terziario è addirittura aumentata dello 0,8%, e il recente balzo del pil (+2,2% nel secondo trimestre 2010) deve alla produzione industriale solo lo 0,1%. Ma ciò non vuol dire che quella tedesca stia diventando un’economia terziarizzata, bensì che, grazie all’ammodernamento dei servizi, l’impasto tra terziario e industria sta trainando l’intero sistema-paese. Allo stesso modo, non si deve pensare che in Italia investire sul terziario deve significare disinvestire nella produzione, ma capire invece che il nostro forte orientamento all’export (industria) deve trovare supporto, per esempio, nella rete dei trasporti e della logistica (terziario). Sempre guardando alla Germania, non è un caso che il loro export (primi al mondo) goda delle ingenti risorse dirottate nelle reti infrastrutturali, con una ferrovia che è diventata lo “snodo merci d’Europa” e con la Lufthansa che è diventata la terza compagnia al mondo nel settore cargo). Noi, invece, siamo ben lontani da questa integrazione.
Sì,abbiamo razionalizzato un po’ (nel biennio 2008-2009 il commercio ha registrato 280 mila cessazioni di imprese), ma il livello di polverizzazione e dispersione è ancora altissimo (le attività unipersonali ammontano al 62% del totale, in Germania al 33%). E la produttività marca differenze ancora abissali tra terziario privato (71 mila euro per addetto) e pubblico (41 mila euro) cosa che contribuisce a portare al 42% la differenza con la produttività del personale tedesco. In più, la scarsa internazionalizzazione (poco più di 3 mila soggetti) comporta per il settore un disavanzo ormai strutturale, con un saldo negativo che nel 2009 ha sfiorato i 10 miliardi di euro. Viceversa le multinazionali straniere attive in Italia nel terziario occupano un numero di addetti e realizzano un fatturato rispettivamente pari al 127% e al 156% di quelle italiane che operano fuori dai confini.
Allora, siccome si dice che si vuole completare la legislatura facendo le grandi riforme e dando un progetto al Paese, vogliamo cominciare da qui?

Fonte: Il Messaggero del 3 ottobre 2010

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