• martedì , 16 Luglio 2024

E nella zona euro si fanno i conti:dividersi costa troppo

E’ tutto calmo sul fronte dell’Eurozona? Lo dicono in molti, specialmente sui quotidiani finanziari. Ma guardano principalmente ad un dato: il rafforzamento del cambio dell’euro sul dollaro degli ultimi giorni. Nel frattempo, uno dei libri più venduti in Francia questa estate è il saggio di Alain Cotta “Sortir de l’Euro ou Mourir à Petit Feu” (“Uscire dell’euro o essere grigliati a fuoco lento”). La Repubblica Federale Tedesca ha appena presentato una bozza di articolare per mettere “ad amministrazione controllata” le politiche di bilancio dei Paesi i cui disavanzi e debiti mettono a rischio la moneta unica. Sulla base di dati Ocse e Bce, Simon Tilford, capo economista del pensatoio liberale “Centre for European Reform” ha dimostrato che negli ultimi dieci anni la Germania ha deprezzato il proprio euro rispetto a quelli di altri Paesi dell’area in quanto in termini reali i salari tedeschi, ed il costo del lavoro per unità di prodotto, è diminuito mentre in molti altri (Spagna, Portogallo,Francia, Italia) è aumentato. Prima o poi la sfasatura potrebbe comportare una separazione, più o meno consensuale.
I “Padri Fondatori” dell’euro seguirono l’esempio di Donna Letizia (al secolo Maria Letizia Ramolino), madre di Napoleone, rimasta nei libri di storia per l’intercalare “finché dura…” (lo ripeteva ogni volta una corona si posava sulla testa di uno dei suoi figli o delle sue figlie). Sul retro di ciascuna banconota della valuta unica , c’è un codice di identificazione di 11 cifre precedute da una lettera in maiuscolo (S per l’Italia) per individuare la Zecca che la ha emessa. Nelle pandette della Banca centrale europea (Bce), sono indicate, tra parentesi, anche le lettere identificatrici dei Paesi che fanno parte dell’Ue ma non dell’unione monetaria: se e quando sono in condizione di entrarvi e decidono di farlo, tutto è pronto per individuare cosa è stata stampato dalle Zecche di ciascuno di loro.
Ancora più palese la procedura per le monete metalliche (da quelle dei centesimi a quelle di uno o due euro) : ciascuna ha una “faccia nazionale” che mostra a tutto tondo quale Zecca dell’Eurozona la ha coniata. Le anime belle affermano che si tratta unicamente di “eleganza burocratica” per non fare del tutto perdere l’identità nazionale. Le anime un po’ meno pie sostengono che il marchingegno è un metodo di controllo per il Sistema Europeo di Banche Centrali (Sebc) e per la Bce al fine di evitare che qualche Zecca aumenti la massa monetaria più del dovuto ed inietti inflazione. Le anime maligne sussurrano che in effetti i “Padri Fondatori” hanno la memoria lunga: hanno visto il crollo di una dozzina di unioni monetarie (grandi e piccole) dalla fine della seconda guerra mondiale ed alcuni di loro rammentano quello dell’unione monetaria latina, nata tanto bene tra Italia, Francia, Belgio e Svizzera da tirarsi dietro Spagna,Grecia, Bulgaria, Austro-Ungheria, Stato Ponteficio, Serbia, San Marino e pure i lontanissimi Venezuela e Indie Occidentali danesi – prima di implodere ed essere sciolta (non- come si legge in molti manuali anche universitari- con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, ma nel 1927). I codici sarebbero una precauzione. Il rovescio della medaglia (per restare in tema) è che l’euro sarebbe un rischio calcolato:in caso di sfascio, si sa a quale Zecca rivolgersi per convertire gli euro nelle nuove monete di questo o quel Paese.
E’ un rischio immaginario? Nelle settimane tra fine aprile ed inizio maggio, quando la “crisi greca” era al suo apice, la secessione di uno o più Paesi dall’euro non è parsa un’eventualità puramente accademica. Si è davvero temuto per la tenuta dell’unione monetaria; e per questo motivo nel fine settimana dell’8-9 maggio è stata approntata una batteria di misure in sua difesa. Si è trattato di un episodio sporadico senza seguito o conseguenze? O dell’annuncio di una lunga estate calda che potrebbe sfociare in nuove tensioni nell’aria dell’euro? Oppure, dell’inizio di un progressivo processo di sgretolamento? Ad un Forum organizzato da “Il Sole-24 Ore” e moderato da Luigi Zingales dell’Università di Chicago molti si sono espressi in favore di un doppio euro: un euro 1 che sarebbe il nucleo duro dell’unione monetaria ed un euro 2 legato al prima da un accordo di cambio analogo a quello chiamato giornalisticamente Sistema monetario europeo (Sme), in vigore dal 1978 al 1999. Di recente, Charles Goodhart , della London School of Economics (a lungo principale consigliere economico della Bank of England) , ha , senza mezzi termini, fatto capire che si stanno facendo simulazioni (ovviamente riservate) di vari scenari.
Le banche del Sebc e la Bce negano decisamente d’essere al lavoro a simulare gli effetti di una ( o più) secessioni (od espulsioni) dall’euro. Gli operatori diffidano: ciò spiega in parte il crollo delle Borse, e dell’euro, il 29 giugno. Il nodo più difficile consiste nello stimare “i costi di transazione” sia per chi se ne va (o è cacciato) sia per chi resta. C’è, infatti, poca evidenza empirica in quanto nulla si sa del caso più recente: il collasso dell’unione monetaria dell’Urss. Ci sono dati limitati della fine di due unioni monetarie: quella tra Singapore e Malesia nel 1965 e quella dell’Africa Orientale (Kenya, Tanzania , Uganda) nel 1977 (si sta tentando di costruirne una nuova dal 2013). In ambedue i casi, i costi furono elevatissimi per tutte le parti in causa. E non solo per loro: la Banca mondiale, ad esempio, dovette faticare per farsi rimborsare i prestiti fatti ai servizi comuni (telecomunicazioni, ferrovie, compagnia aera, trasporti fluviali e sui laghi) istituiti dai tre Paesi dell’Africa Orientale.
Nessuno è riuscito a quantizzarlo con un minimo di attendibilità, ma il costo di uscire dall’euro (o di essere espulsi) è altissimo. Questo è l’argomento principale contro i suggerimenti di costruire un “nucleo duro” a cui legare il resto dell’area con un meccanismo di flessibilità controllata analogo allo Sme .

Fonte: Avvenire del 24 luglio 2010

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