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Dimezzare il deficit:l’amaro té di Obama

Il piano dei tagli Usa Le richieste dei repubblicani inasprite dopo le pressioni della destra radicale: l’ obiettivo è la scure sull’ assistenza sociale.
Effetto «Tea Party» sulla corsa dei repubblicani alla «nomination» per la Casa Bianca, ma anche sul bilancio federale: Barack Obama presenta stamattina al Congresso una proposta di «budget» per il 2012 (l’ anno fiscale inizierà il prossimo primo ottobre) che congela per cinque anni la spesa discrezionale, punta a dimezzare il deficit entro la fine del primo mandato e a tagliarlo di 1.100 miliardi di dollari in 10 anni. Ma per i repubblicani è troppo poco. Il loro contropiano, inasprito dopo che i nuovi parlamentari della destra radicale avevano giudicato le loro proposte troppo blande, chiede a Obama non solo di incidere di più sui conti del 2012, ma anche di bloccare molte spese con effetto immediato. L’ obiettivo è quello di ridurre le erogazioni di 60 miliardi già quest’ anno (cioè nei sette mesi rimasti prima della fine dell’ anno fiscale 2011). I repubblicani avevano proposto 32 miliardi, ma dopo la rivolta dei «Tea Party» hanno accettato di salire a 60 per mantenere l’ impegno di puntare a un taglio annuo immediato di 100 miliardi di dollari preso con gli elettori durante la campagna di «mid term». Per arrivare a tanto hanno, però, dovuto inserire nel loro progetto misure socialmente molto dure come la drastica riduzione di quasi tutte le spese di assistenza sociale. Compreso un taglio di 75 milioni ai buoni casa per i veterani di guerra ridotti a homeless. Il leader dei repubblicani alla Camera, John Boehner, ieri ha scritto al presidente chiedendogli di abbassare la spesa già nel 2011 come «anticipo» del rigore promesso per gli anni successivi e ha allegato alla lettera un documento a sostegno dei tagli immediati firmato da 150 economisti. Poi è andato in televisione a mostrare la faccia del mastino nei talk show domenicali: «Adesso cominciamo con le spese discrezionali, poi toccherà a quelle fisse: vedrete cosa siamo capaci di fare». Traduzione: arriveremo con la scure al cuore delle strutture statali, del pubblico impiego, della sanità, delle pensioni. In realtà Boehner non voleva arrivare a tanto: sa che, con un’ economia ancora molto fragile, un confronto troppo violento in Congresso e con la Casa Bianca che rischia di sfociare (come durante la presidenza Clinton) in una «serrata» dello Stato, costretto a bloccare per giorni la sua attività, può essere devastante. Economicamente ma anche politicamente, visto che a metà degli anni 90 l’ eccessiva durezza della nuova maggioranza repubblicana, allora guidata da Newt Gingrich, spianò la strada alla rielezione di Bill Clinton. Ma, anche se il vecchio establishment repubblicano cerca di placare i loro ardori, la spinta dei «Tea Party» prevale. Lo si è visto anche alla Conservative Political Action Conference, la più importante convention annuale dei conservatori, riunitasi da giovedì a sabato a Washington. Una sfilata di aspiranti presidenti (mancavano all’ appello solo Sarah Palin e Mike Huckabee) con tutti gli oratori, anche quelli moderati, intenti a non farsi scavalcare da un movimento che in privato considerano demagogico, ma che oggi è di certo il più popolare nella base conservatrice. Così Mitt Romney ha chiesto pugno d’ acciaio sulla spesa (e nonostante ciò è stato battuto nei sondaggi condotti tra i partecipanti alla conferenza da un personaggio più radicale di lui, Ron Paul) mentre il governatore dell’ Indiana Mitch Daniels – personaggio poco noto ma molto stimato dai moderati per la sua competenza e il suo senso della misura – ha gridato che la nuova «Minaccia Rossa» non viene dai comunisti ma dall’ inchiostro dei conti pubblici. E il governatore del Minnesota Tim Pawlenty (ex fedelissimo di John McCain) ha invitato apertamente i repubblicani a non votare il mese prossimo l’ autorizzazione all’ aumento del deficit federale. Un provvedimento senza il quale – ha ammonito il ministro del Tesoro Tim Geithner – gli Usa rischiano di non poter onorare il loro debito e quindi di essere considerati tecnicamente in «default». L’ America non finirà di certo come l’ Argentina, ma quella del bilancio sarà per Obama una battaglia piena di insidie. All’ esterno perché una rottura nel Congresso, anche se non al default, porterebbe di certo gli Usa in una nuova condizione di pericolosa instabilità finanziaria che potrebbe avere un impatto negativo sulla crescita e quindi sull’ occupazione. Ma lo sarà anche all’ interno, visto che il presidente rischia di trovarsi tutti contro: la sinistra progressista perché taglia spese sociali (ad esempio i contributi al riscaldamento delle famiglie povere) dopo aver accettato, sia pure di malavoglia, di prorogare gli «sconti» sulle tasse anche per i ricchi. Tutti gli altri perché il suo piano, benché farcito di misure dure o comunque impopolari, è ampiamente insufficiente: pare, infatti, che il documento che verrà presentato stamani non indicherà interventi a breve termine per i problemi più pressanti come gli squilibri della spesa sanitaria e pensionistica, anche se potrebbero essere recepite proposte della Commissione Antideficit come quella di aumentare l’ età pensionabile a 69 anni, ma solo a partire dal 2075. I 1.100 miliardi di tagli annunciati per il prossimo decennio (compreso quello di 76 miliardi alle spese del Pentagono) non sono pochi, ma forse non basteranno nemmeno a ridurre entro il 2015 il deficit pubblico al 3 per cento del Pil (oggi è poco sotto il 10 per cento), come promesso dallo stesso Obama.

Fonte: Corriere della Sera del 14 febbraio 2011

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