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Crisi e media:l’informazione che rinasce

Dopo il crollo del 2009, l`editoria ha ripreso fiato nonostante la perdurante crisi dei mercato pubblicitario. E tuttavia quella cartacea continua a perdere colpi (in Occidente, perché in Asia e America Latina i giornali hanno ancora il vento in poppa). Un numero crescente di lettori dichiara di informarsi più online che sulla carta.
Spesso, però, i lettori che giudicano irrilevanti i giornali non sì rendono conto della provenienza delle notizie e delle analisi lette online. Che sono in gran parte frutto del lavoro professionale dei giornalisti dei grandi media messi sul Web dagli stessi editori o rilanciati da «social network», siti e aggregatori come Google News. Gli eventi di quest`anno – dalla primavera del Cairo alla guerra civile in Libia, passando per la crisi dell`euro, la fine di Osama bin Laden e anche gli scandali italiani – hanno reso evidente l`impossibilità di sostituire il giornalismo professionale con un «citizen journalism» encomiabile, spesso prezioso ma privo di mezzi ed esperienza. A Tahrir Square videofonini e Twitter sono stati potenti agenti di cambiamento politico, ma un`analisi esauriente della rivoluzione non è venuta certo da quelle fonti. Racconti e retroscena della crisi finanziaria europea non sono certo venuti dai siti amatoriali. Le manovre economiche che si sono succedute sono state passate al setaccio da giornalisti professionisti e da esperti reclutati dai grandi media. Dal 2 novembre Oakland, la città affacciata sulla baia di San Francisco, è la prima metropoli Usa senza un quotidiano. Quando, anni fa, un incendio forestale arrivò fin nei suoi quartieri, bruciando tremila case e uccidendo 25 abitanti, il «Tribune» scavò a fondo sulla vicenda, pubblicò 500 articoli, creò un team investigativo e istituì una «hot line» per avere informazioni dai cittadini. Furono individuati errori, responsabilità, rimedi possibili.
Quell`inchiesta portò al varo di dieci leggi «antincendio». Ora che il «Tribune» non c`è più chi farà un simile lavoro?

Fonte: CorrierEconomia del 31 ottobre 2011

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