• martedì , 25 Giugno 2024

Contro il declino serve la mano pubblica

Si è consolidato un consenso abbastanza diffuso nell’attribuire al superamento del modello di specializzazione del sistema produttivo la incapacità di crescere che l’economia italiana manifesta ormai da diversi anni. Il modello di specializzazione è la connotazione saliente dell’economia produttiva; il suo aspetto più qualificante. Nel caso italiano, è l’assetto basato essenzialmente su imprese di ridotta dimensione, a carattere familiare, dedite a produzioni con modesto contenuto di tecnologia.

I suoi punti di forza sono stati la creatività, e dunque il design, la moda, l’eno-gastronomia raffinata, gli arredi, la piccola meccanica: tutte attività col denominatore comune della possibilità di essere svolte a costi bassi, con manodopera poco qualificata e con investimenti poco impegnativi. Non sono mancate e non mancano punte di alta specializzazione tecnologica, ma si tratta appunto di punte, troppo rade per poter innalzare una media a dir poco modesta, anche perché nei casi in cui l’inventiva e le capacità tecniche si sono congiunte per definire un prodotto geniale, è mancata quasi sempre la forza di industrializzarne la produzione per sfruttare quel prodotto su larga scala.

Questo modello ha funzionato fino a quando si sono verificate due condizioni. Intanto la segmentazione dei mercati e le difficoltà delle telecomunicazioni. Oggi il prodotto basato prevalentemente sul design, ad esempio, viene fotografato nel momento stesso in cui viene presentato, la fotografia via Internet arriva in tempo reale in un Paese a basso costo che può essere la Romania o la Malesia dove, lavorando giorno e notte, quel prodotto viene replicato nel giro di pochi giorni, per cui, grazie anche alla caduta dei costi di trasporto, finisce che nel giro di poche settimane i suoi cloni possono essere presentati su tutti i mercati a costi estremamente più ridotti.

La seconda condizione era la possibilità di usare il cambio della moneta per ripristinare una competitività di costo che fosse venuta meno. Con l’adesione alla Unione monetaria europea è stato perso il controllo del cambio che in alcuni passaggi della nostra storia è stato determinante proprio perché produzioni a basso contenuto di innovazione e di tecnologia si possono affermare sui mercati solo in virtù di una competitività di prezzo. Quelle svalutazioni impoverivano il Paese, ma era un modo surrettizio per difendere la competitività dei suoi prodotti.

Globalizzazione e Unione monetaria, in definitiva, hanno travolto l’assetto produttivo che aveva consentito all’Italia di prosperare. Almeno su questo, dicevamo, le analisi ormai concordano.

C’è dell’altro, però. Malgrado questi limiti, nel mezzo secolo seguito alla seconda guerra mondiale l’Italia compì ugualmente il salto da Paese agricolo a Paese industriale; anzi, a grande Paese industriale. Potette compierlo perché quella struttura produttiva spontaneamente frammentata fu affiancata da una industria di base che costituì la piattaforma sulla quale si potè costruire la portentosa crescita dell’Italia: la siderurgia, la chimica, l’industria aeronautica ed elicotteristica, la petrolchimica, l’alluminio, la cantieristica, l’elettronica militare, l’impiantistica; e poi le infrastrutture a rete: le autostrade, l’energia elettrica, le telecomunicazioni, il gas. Questa potente spinta fu prodotta dalle partecipazioni statali, dall’iniziativa pubblica finanziata col concorso del risparmio privato.

Va ancora di moda ricordare quel periodo nei termini delle perdite finanziarie che alcune di quelle iniziative produssero. È un modo di giudicare la storia retrivo, meschino, diciamo pure ottuso. Se si esclude l’ultimo periodo della degenerazione politica nella gestione delle partecipazioni statali (una patologia politica, non economica), va riconosciuto che esse provvidero alla fornitura di quanto necessario al Paese ed al suo sistema economico per affrancarsi dal sottosviluppo e dall’indigenza: si trattò non solo di prodotti siderurgici, di materie plastiche, o di energia, ma anche e soprattutto di professionalità, di know-how, di ricerca, di specializzazioni in settori dai quali, altrimenti, un’Italia con poche grandi imprese e scarsa propensione ad investire in iniziative di portata strategica sarebbe rimasta quasi del tutto esclusa. Ancor oggi, larga parte, certamente la parte prevalente, di quel poco di grande industria e di produzioni ad elevato contenuto di tecnologia che l’Italia può contare è ereditata dalle partecipazioni statali. Finita quell’epoca, non è nato più niente.

Questo per dire che quel metodo aveva forse fatto il suo tempo; la ventata liberista di Reagan e della Thatcher nella seconda metà degli anni ’80 aveva spazzato via il concetto stesso dell’intervento pubblico nell’economia. La caduta del muro di Berlino ed il crollo dell’Unione Sovietica hanno fatto il resto, anche se in verità il nesso poteva riguardare molto più l’ideologia e molto meno i processi della politica economica e industriale. Da ultimo l’Unione Europea, forgiata su quella medesima cultura, ha bandito ogni intervento pubblico diverso da quello che potrebbe fare un investitore privato, così riducendo la valutazione di ogni attività economica alla sua mera capacità di produrre in tempi solleciti un reddito monetario e, dunque, ignorando il valore civile, la partecipazione sociale, il ruolo culturale, la implementazione di conoscenze, esperienze, professionalità che ogni attività produttiva, specie se altamente specialistica, è in grado di generare.

Parlare oggi di partecipazioni statali potrebbe apparire antistorico, certo. Rimane, però, assodato un fatto: che la fine della iniziativa pubblica nell’economia ha lasciato un vuoto che i meccanismi del mercato non riescono a colmare. Da allora le industrie manifatturiere di grandi dimensioni si sono ridotte di numero: alcune si sono disperse, magari dopo travagli finanziari; altre sono state frazionate o sono deperite per carenza di investimenti; altre ancora sono passate a mani straniere. Vicende normali, si potrà dire; vicende che appartengono alla vitalità del capitalismo che genera, per sua natura, un continuo ricambio delle imprese meno efficienti con altre più efficienti. Ecco il punto, però: mentre molte si sono dissolte perché non più adeguate a sostenere una competizione globale senza la droga delle svalutazioni che, quando necessario, intervenivano per ricostituire la competitività di prezzo, nessuna nuova è nata, né come evoluzione di medie aziende, né per un processo di fusioni come è avvenuto – o, meglio, come si è voluto che avvenisse – nel campo bancario.

Due interpretazioni

Sui motivi per i quali il modello di specializzazione non ha seguito l’esigenze dei tempi ed, anzi, è regredito fino a subire quasi passivamente il confronto con i competitori dell’est – dell’est dell’Europa e dell’est dell’Asia – le opinioni si dividono. Semplificando, una corrente di pensiero imputa l’inadeguatezza del sistema produttivo alla circostanza che non sono state realizzate riforme in grado di liberare il potenziale di crescita che il Paese sarebbe in grado di produrre. È, questa, la corrente di pensiero prevalente, anche se non per questo più convincente. Queste riforme – tra le altre, la riduzione delle prestazioni del sistema pensionistico, la liberalizzazione delle professioni, l’ulteriore flessibilità nell’impiego del fattore lavoro, il contenimento della spesa sociale, la privatizzazione di molti servizi pubblici – hanno tutte o quasi un denominatore comune nella riduzione delle condizioni medie di vita o direttamente, o indirettamente attraverso la riduzione delle prestazioni delle tutele sociali pubbliche. Tutte ipotizzano di mettere il benessere materiale e civile della popolazione al servizio delle fortune dell’economia quando è, invece, questa che dovrebbe essere al servizio di quello.

Per altro, quand’anche questo metodo venisse seguito più di quanto già non lo sia, rimane difficilmente proponibile affrontare la competizione con i Paesi emergenti inseguendo i loro costi, la loro flessibilità, la loro carenza di regole, la loro organizzazione.

L’alternativa sta in una riforma, si, ma del modello di specializzazione, con l’obiettivo di un sistema produttivo che generi il valore aggiunto, ossia il reddito, che è necessario almeno per difendere, se non per far ulteriormente progredire, i livelli di benessere materiale e civile che sono stati raggiunti. Non è utopia, come molti sono forse pronti a dire. È un modello simile a quello tedesco che, nelle stesse condizioni di congiuntura internazionale nelle quali l’economia italiana è caduta in un ristagno strutturale, ha fortemente sviluppato le proprie esportazioni anche e soprattutto verso i Paesi emergenti. Anche l’economia tedesca ha i suoi problemi, ma ha ugualmente colto il processo di liberalizzazione come una opportunità al punto da essere diventata la prima forza esportatrice del mondo, più degli Stati Uniti o di qualsiasi altro Paese.

Il motivo di questo successo può essere colto facilmente da chiunque lo consideri senza pregiudizi: è che quel sistema produttivo ha un numero relativamente rilevante di grandi gruppi manifatturieri in grado di investire con continuità ampie risorse nella ricerca e nell’innovazione. Il risultato è una produzione che difficilmente può essere insidiata dai Paesi a basso costo, dunque una produzione che può rendere ampi margini e può sostenere un sistema che ha un costo del lavoro certo non inferiore al nostro, un welfare non meno prodigo del nostro, un regime fiscale certo non più leggero del nostro, ed anche un grado di competizione interna, anche nei servizi e nelle professioni, non certo maggiore del nostro.

E allora è il caso di chiedersi: perché quel modello di specializzazione è tanto diverso dal nostro? E perché il nostro non evolve verso quel modello che di sé ha dato una prova tanto positiva? Questa stessa domanda può essere fatta con riguardo alla Francia, alla Svezia, ad ogni altro Paese avanzato d’Europa, nessuno dei quali ha accusato con tanta drammatica passività l’urto della competizione con i Paesi a basso costo.

Se si accantonano i pregiudizi e le ideologie, la risposta è semplice e la si trova nelle nostre stesse esperienze passate: intanto perché, esaurito il ruolo delle partecipazioni statali, non c’è stato più alcun ruolo pubblico nella promozione e nella partecipazione a quegli investimenti che, come quelli in ricerca, sviluppo, innovazione e industrializzazione di prodotti ad alta tecnologia, implicano un rischio elevato e ritorni, quando va bene, molto lontani nel tempo; inoltre perché il sistema produttivo non offre “strumenti” operativi che recepiscano eventuali sollecitazioni della politica industriale come, in questo caso, solo grandi gruppi manifatturieri sono in condizioni di fare.

Il ruolo dell’iniziativa pubblica . . .

L’Italia è l’unico Paese, tra quelli evoluti, nel quale un ruolo pubblico nella promozione e nel sostegno dell’attività industriale manca quasi del tutto e dove il solo ipotizzarlo suscita scandalo. Non c’è Paese, anche tra quelli accreditati come maggiormente liberisti, nei quali lo Stato non sostenga e coordini l’attività industriale più qualificata. Nel Paese ritenuto liberista più di ogni altro, gli Stati Uniti, lo Stato federale finanzia attraverso la spesa militare la parte più consistente degli investimenti nella ricerca che, attraverso le produzioni e le commesse dei grandi gruppi manifatturieri, ed attraverso le applicazioni civili di quella ricerca, alimenta l’intera industria americana assicurandole quel primato tecnologico che le consente a sua volta di mantenere il primato dell’innovazione.

La stessa cosa, seppure in scala ridotta, avviene in Gran Bretagna. In Germania, di cui si è già detto, sono le banche pubbliche che, attraverso le partecipazioni azionarie che posseggono e gestiscono attivamente, pilotano assetti e strategie dei maggiori gruppi manifatturieri. Persino in un Paese come la Svezia, che pur avendo appena un sesto della nostra popolazione ha una più che rispettabile concentrazione di grandi imprese, lo Stato ha una forte, seppure informale, influenza nelle decisioni dei diversi grandi gruppi. In Giappone, poi, non c’è decisione rilevante che anche le maggiori conglomerate possano prendere se non con la preventiva approvazione degli strateghi del ministero dell’Industria.

L’Italia, poi, non ha gli strumenti operativi di una qualsivoglia politica industriale. Per realizzare ricerca applicata, per industrializzare prodotti innovativi, per definire prodotti complessi, nei quali si combinino senza confliggere diverse tecnologie, sono necessarie grandi strutture produttive, articolate su diverse specializzazioni, in grado di programmare piani di investimento corposi e di lunga durata da poter rispettare indipendentemente dagli alterni umori della congiuntura.

. . . e i limiti dell’impresa familiare

L’assunto liberista secondo il quale le opportunità che si presentano modellano il sistema produttivo nel modo più efficiente per poterle cogliere è una astrazione; comunque, non trova conferma nella esperienza italiana. Uno dei motivi tra i più rilevanti sta nella larga prevalenza della proprietà familiare delle imprese. Indipendentemente dalla dimensione, l’impresa familiare è tale non solo e non tanto perché la proprietà fa capo ad una famiglia, ma soprattutto perché è inevitabilmente asservita alle esigenze della famiglia proprietaria. In altre parole, non ha una sua individualità autonoma.

Ciò comporta un limite alla crescita perché la famiglia ha interesse a mantenere il controllo della sua azienda non solo e non tanto per essere libera di seguire le strategie industriali che ritiene più opportune, che se fosse per questo una conduzione manageriale e l’apporto di altri azionisti favorirebbe un maggiore sviluppo anche della quota di proprietà della famiglia. Il controllo è difeso soprattutto per essere liberi di poter disporre dell’azienda non secondo le convenienze e le opportunità di crescita dell’azienda stessa, ma secondo le convenienze e le opportunità della famiglia proprietaria e dei suoi componenti. Sicché il futuro di quell’azienda non dipenderà tanto dalla sua efficienza e dalla capacità di stare sul mercato con successo, quanto dall’età del proprietario, dai figli maschi o femmine e dalle loro inclinazioni, da problemi ereditari che potrebbero porsi in un non lontanissimo futuro. Comporta, come si è detto, che quell’azienda non avrà alcuna individualità o autonomia, ma sarà una estensione strumentale della famiglia e delle sue mutevoli esigenze.

Quante aziende di successo ci sono che non crescono perché il reddito che producono viene investito altrove per motivi di differenziazione (e dunque di diluizione del rischio), o perché il patrimonio familiare deve avere una componente diversa dalla azienda in quanto uno dei figli, o delle figlie, non intende impegnarsi nella sua conduzione ma rivendica ugualmente una sua quota di quel patrimonio, o per rendere questo patrimonio meglio frazionabile tra una prole numerosa? E quante altre, anziché crescere, vengono frazionate per il disaccordo degli eredi? Non è superfluo aggiungere che questi limiti alla crescita, che vanificano un potenziale verosimilmente rilevante, non si superano con incentivi fiscali alle fusioni come più d’una volta è stato tentato di fare. È un problema socio-culturale molto prima che economico, e risolverlo è assai difficile per non dire impossibile se si esclude che si debba passare per una fase di moria fisiologica che determinerebbe anni di forte e continuo declino (i primi dei quali forse stiamo già vivendo).

Aziende siffatte non reggono mercati liberalizzati perché, quand’anche di dimensione più corposa, esitano ad investire in impieghi rischiosi come quelli sulla ricerca e sull’innovazione. Se dovesse andar bene, certo, sarà stato fatto un bel salto, ma se dovesse andar male? Una azienda con capitale molto ripartito, senza proprietari in grado di imporre loro specifiche esigenze, potrà correre questo rischio se in mano avrà carte valide da giocare, ma non una azienda sulla quale poggi il futuro di una famiglia e che pertanto deve essere per definizione preservata dal rischio.

L’interesse della collettività

Per altro, l’interesse a che ci siano grandi imprese in grado di competere sul piano dell’innovazione e della sofisticazione dei prodotti, così sottraendosi alla aggressiva concorrenza dei Paesi a basso costo, è tutt’altro che limitato a chi direttamente possa avervi investito. Vi è anche un interesse non meno rilevante della collettività non solo perché una impresa di successo offre occupazione stabile e ben remunerata, paga le tasse e dunque mette in circolazione il reddito che produce. La ragione esistenziale di una impresa non è solo il reddito che può produrre, ma è anche la funzione che svolge di fattore di equilibrio sociale, di elevazione civile, di formazione di professionalità e di capacità tecniche, di cultura; persino di democrazia, perché è strumento di partecipazione consapevole alle vicende della collettività. E se questo non bastasse, c’è ancora la realtà statistica che ci dice come, mediamente, le imprese di grande dimensione abbiano una produttività all’incirca doppia di quelle di dimensione piccola. E non è proprio la perdita di produttività il primo motivo per il quale l’economia italiana è in crisi di crescita?

E allora, se dalla esistenza di imprese adeguate alla esigenza dei tempi la collettività può trarre così evidenti e rilevanti vantaggi, perché dovrebbe suscitare riprovazione che la collettività stessa, attraverso i propri organi rappresentativi, assuma una iniziativa, sostenendo anche un onere se necessario, affinché siffatte imprese nascano e si affermino? E perché valutarle solo per l’utile contabile che il loro conto economico può presentare anno dopo anno, o addirittura trimestre dopo trimestre, e non anche per tutti gli altri benefici, non solo materiali, che da esse la collettività può trarre nell’immediato e soprattutto in prospettiva?

Se la cultura economica cominciasse ad evolvere in questo senso, sarebbe meno azzardato ipotizzare che, se l’ostacolo agli investimenti in ricerca ed innovazione è la inattitudine di un sistema produttivo formato prevalentemente da imprese di modeste dimensioni e di proprietà familiare ad affrontarne i relativi rischi, sia la collettività stessa ad assumersi almeno una parte del rischio degli investimenti necessari. Se un indirizzo politico si stabilisse in questo senso, le tecniche per renderlo operativo non mancherebbero di certo.

Va ribadito: in un mondo nel quale il nostro modello di specializzazione è aggredibile dai Paesi a basso costo le alternative non sono che due: o competere sui costi con quei Paesi, il che significa però accettare i loro livelli di vita, il loro sistema di tutele, le loro norme sull’inquinamento e così via, oppure compiere il salto in avanti per specializzarsi in produzioni sofisticate, complesse, esclusive, ad alto valore aggiunto perché fuori della portata dei Paesi a basso costo. L’Italia possiede a questo fine professionalità capaci, maestranze specializzate, progettisti geniali, i migliori designer; quel che manca sono grandi imprese in grado di metterli all’opera, organizzarli al servizio di un fine strategico programmando consistenti e continui flussi finanziari nella ricerca e nello sviluppo per arrivare ad offrire prodotti di questo genere.

La Germania lo ha fatto: proprio mentre l’Italia perdeva quote del mercato mondiale e si allarmava per le importazioni dalla Cina, l’industria tedesca – lo abbiamo già ricordato – è diventata la prima esportatrice del mondo grazie proprio alla esplosione della domanda di beni sofisticati in Cina e negli altri Paesi emergenti dell’Asia. Lo ha fatto anche la Francia, che difende le proprie grandi industrie – i campioni nazionali – anche se in qualche caso questa difesa comporta un costo per la collettività in termini di maggiori tasse o di prezzi più elevati. Sugli Stati Uniti a quanto già detto si può aggiungere che la già elevata spesa militare è stata pressoché raddoppiata dalla attuale amministrazione. E questi sono Paesi la cui struttura produttiva conta numerosi gruppi manifatturieri di dimensione globale.

L’Italia non solo non ha alcuna politica in grado di promuovere la formazione di grandi gruppi, ma lesina i finanziamenti alla domanda pubblica che potrebbe promuovere produzioni ad elevata tecnologia ed ha addirittura annullato, convertendoli in prestiti, i finanziamenti a fondo perduto dei programmi di ricerca svolti da imprese, ossia finanziamenti che potevano configurare una pur modesta, seppure un po’ sconclusionata, partecipazione della collettività al rischio della ricerca.

Si assiste al declino, ma un maggiore intervento pubblico nell’economia produttiva rimane un tabù, ed il solo vagheggiarlo suscita scandalo. Così il vuoto lasciato dalle partecipazioni statali, ovvero da un ruolo attivo del settore pubblico nel sistema produttivo nazionale, diventa la voragine che sta inghiottendo il potenziale di crescita dell’economia italiana, e con esso i livelli di benessere di una parte sempre più cospicua della popolazione, la serenità sociale che può generare una accettabile perequazione distributiva, la fiducia in un futuro nel quale la liberalizzazione dei mercati sia avvertita come un fattore di progresso e non come causa di ineluttabile ripiegamento.

Fonte: Rivista della Banca Popolare di Sondrio - dicembre 2005

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