• martedì , 23 Luglio 2024

Col governo Monti la Cgil vuole un posto in prima fila. E lo otterrà.

Il vecchio Karl Marx sosteneva che i capitalisti erano disposti a produrre persino il cappio con cui sarebbero stati impiccati. Il paragone è truce, ma il paradosso del filosofo tedesco (oggi un po’ passato di moda) sembra essersi materializzato a Bologna. La GD, azienda aderente alla Confindustria, leader mondiale nel settore delle macchine automatiche, gioiello dell’industria manifatturiera sotto le Due Torri, si è arresa alla Fiom.
Ovviamente, se interpellato, il management della GD farebbe valere lo stato di necessità, le esigenze di carattere produttivo, in un momento in cui le aziende che hanno ancora la fortuna di ricevere ordini, non possono permettersi di non darvi esecuzione nei tempi stabiliti. In quell’unità produttiva, infatti, i dirigenti della Fiom bolognese avrebbero sostenuto con azioni di lotta (e quindi creando disfunzioni e problemi) le loro discutibili istanze di potere. Non si tratta di altro. Così, la GD ha accettato di sottoscrivere un accordo in cui si impegna a tenere in considerazione soltanto le piattaforme rivendicative che, prima ancora di iniziare la trattativa, avranno ottenuto la maggioranza dei consensi in un referendum preliminare. Il che comporterà una conseguenza ben precisa: essendo in quella fabbrica non solo maggioritaria, ma addirittura egemone, la Fiom, sarà questa organizzazione a dettare la linea. Una situazione siffatta è assolutamente contraria a quanto stabilito nell’accordo interconfederale del 28 giugno, poi ribadito il 21 settembre del 2011, in tema di regole della rappresentanza.
Pare che Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti si siano affrettati a far notare ad Emma Marcegaglia la singolare linea di condotta di un’azienda associata, ricevendo in risposta un accorato . Poi, qualcuno si meraviglia se il Lingotto abbandona la Confindustria! Negli ambienti della Cgil si fa notare che il caso GD, in fondo, è una sorta di reazione al comportamento delle altre federazioni metalmeccaniche in occasione della vertenza Fiat. In verità, la situazione è diversa: Marchionne non ha mai operato delle discriminazioni a priori; si è sempre confrontato – lo farà anche martedì – con tutte le organizzazioni, anche quando, a fine negoziato, non è stato possibile raggiungere un accordo complessivo. E’ certamente una grave violazione del principio costituzionale di libertà sindacale discriminare in partenza, a livello aziendale, delle controparti, firmatarie del contratto nazionale.
Insomma, c’è materia per denunciare la GD di comportamento antisindacale. E per dare ragione, sul piano politico, all’ad del Lingotto. Marchionne, infatti, ha scelto la linea dello scontro con la Fiom perché è convinto del fatto che l’Italia non potrà mai crescere e competere nell’economia globalizzata fino a quando vi saranno gruppi dirigenti sindacali come quello che si è impadronito della più antica e gloriosa federazione di categoria dell’industria. Nella vicenda della GD, infatti, la Fiom di Bologna assesta un duro colpo all’accordo del 28 giugno, sottoscritto dalla segreteria della Cgil, approvato dagli organi dirigenti confederali con l’opposizione della Fiom. Quell’accordo affida alle RSU e alle maggioranze che si determinano al loro interno il potere di sottoscrivere e ratificare gli accordi. E’ fin troppo evidente che se si verificassero tanti casi GD, Fim e Uilm sarebbero costrette ad attivare le loro RSA per avere voce in capitolo nei negoziati aziendali, secondo quanto previsto dall’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori.
Va comunque annoverata una buona notizia: l’accordo per lo stabilimento ex Fiat di Termini Imerese. L’attuale Governo ha raccolto quanto aveva seminato quello precedente, ma gli è stato attribuito tutto il merito, in conseguenza di una telefonata di Corrado Passera a Sergio Marchionne. In ogni caso, sullo scenario sindacale vi saranno presto ulteriori novità. Domani il Lingotto ha convocato i sindacati di categoria ai quali intende comunicare i suoi progetti dopo l’uscita da Confindustria e la disdetta degli accordi e dei contratti fino ad ora vigenti.
Nei rapporti con il nuovo Governo la Cgil sembra aver recuperato un posto in prima fila. C’è quindi da aspettarsi un intervento del ministro del Lavoro anche nella vicenda dei rapporti contrattuali, se la Fiom e la Cgil lo richiederanno. In sostanza, potrebbe cambiare, rispetto a quello del precedente esecutivo, l’atteggiamento nei confronti della Fiat. Poi la sinistra politica e sindacale cercherà di approfittare del nuovo quadro politico per consumare qualche vendetta a scapito di alcune scelte compiute dal Governo Berlusconi (e dal ministro Sacconi) in tema di lavoro. Sono nel mirino, soprattutto, sia la questione delle c.d. dimissioni in bianco sia l’articolo 8 del decreto di ferragosto. Nel primo caso si tratta di una norma che Sacconi fece abrogare perchè costringeva le lavoratrici a dimettersi sottoscrivendo un modulo particolare rilasciato dal Ministero del Lavoro, onde evitare il fenomeno delle c.d. dimissioni in bianco (ovvero sottoscritte all’atto dell’assunzione); in sostanza, venivano colpiti tutti i datori allo scopo di prevenire i comportamenti scorretti di alcuni di loro. Il secondo aspetto riguarda la possibilità riconosciuta alle parti, come accade in tutta Europa, di derogare, nella contrattazione decentrata, alle regole dei contratti nazionali e, in taluni casi e per specifiche finalità, alle leggi. Sulla problematica dell’articolo 8 si è svolto a Roma, nei giorni scorsi, un convegno di giuslavoristi di sinistra che ha preso in esame l’ipotesi di un referendum abrogativo. Quanto alle pensioni, staremo a vedere ciò che intende fare il nuovo Governo, il quale dimostrerà almeno che l’esigenza di una revisione delle norme sull’età pensionabile e sui trattamenti di anzianità non è una mania di chi scrive.

Fonte: Occidentale del 28 novembre 2011

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