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Chiediamo aiuto all’Ue ma niente intervento militare

L’ ultimo atto di una giornata tesa si consuma quando Cathe- .cine Ashton, alto rappresentante dell’Ue per la politica estera, accetta in serata di incontrare i due membri del Consiglio nazionale libico Mahmoud Jebril e Ali al Isawi. «Informalmente», viene precisato. La baronessa britannica si era tenuta dal mattino a buona distanza dalla colta coppia di «ribelli», invitata a Strasburgo dai liberaldemocratici con gli auspici del governo francese che ha procurato i visti perché arrivassero dal Cairo.
Gli sherpa le avevano consigliato cautela, il messaggio dei diplomatici di Tripoli suggeriva di evitare di dar segnali di un riconoscimento del potere di Bengasi. Alla lunga deve aver capito che non era possibile, che trovarsi nello stesso palazzo e non vederli sarebbe stato peggio del contrario.
Gli eurodeputati hanno scompigliato i giochi del Consiglio. Guy Verhofstadt, la mente dell’evento in casa libdem, non è apparso preoccuparsene, per lui «i diplomatici sono sempre cauti, mentre il problema è che l’Europa è stata in ritardo in Tunisia, in Egitto e ora lo è in Libia». L’ex premier belga ha accolto Jebril e Al Isawi, rispettivamente capo del comitato di crisi del governo interinale e ministro degli Esteri (ex ambasciatore in India) e dato loro un’occasione imperdibile, quella di raccontarsi per la prima volta in occidentale davanti ai giornalisti occidentali.
Jebril ha invocato un «immediato riconoscimento», assicurando che il nuovo esecutivo «rispetterà gli accordi internazionali» di Gheddafi. H quale, ha detto, «se ne deve andare sennò continueremo a combattere» poiché «il nostro popolo ha scelto di morire per vivere». Dopo la guerra, assicura, «cambieremo la costituzione, indiremo un referendum e libere elezioni». Nel frattempo servono aiuti umanitari, «il trasporto dei feriti negli ospedali europei», cibo e assistenza tecnologica, visto che le comunicazioni sono a zero.
Nulla in contrario alla «no fly zone», a patto «che non un solo soldato sbarchi in Libia». Jebril ha promesso continuità e assicurato che nel Consiglio nazionale libico «confluiscono tutti, i moderati, i laici, tutte le tribù, berberi compresi». Ci si può fidare? I reduci della missione a Tripoli seminano prudenza. È per questo che la Ashton ha storto il naso quando si è trovata i due ribelli in casa. I collaboratori della baronessa assicurano che «non è ancora possibile dire con certezza chi sono veramente i ribelli e che presa hanno sul pubblico», e per questo auspicano una commissione indipendente che valuti i massacri libici. Tutto finirà sul tavolo dei ministri della Difesa Nato e di quelli degli Esteri Ue domani a Bruxelles. Poi, venerdi, tocca ai ventisette leader. La decisione finale spetta sempre a loro.

Fonte: la Stampa del 9 marzo 2011

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