• martedì , 23 Luglio 2024

Cara Angela, ma lei non è già commissariata?

Gentile Signora Merkel,i ritardi nell’azione del Governo italiano sono gravi e rilevanti per l’Europa ed è quindi giusto che la credibilità dell’esecutivo sia un tema centrale nel confronto europeo tra governi, parlamenti e cittadini. Ma non sempre ciò che è giusto è anche accettabile. Confondere un confronto politico con un diktat significa far sì che i rapporti di forza finanziari tra Germania e Italia si traducano in uno squilibrio di forza politico che pone interrogativi sulla qualità della democrazia in Europa.
Dopo le sentenze della Corte costituzionale, Lei stessa è obbligata a ottenere dal Parlamento tedesco un mandato per negoziare a Bruxelles. Ma il Bundestag e in particolare i Suoi alleati chiedono di votare preliminarmente un testo tedesco che rispecchi l’accordo finale di un vertice che si deve ancora tenere. Il risultato è che lei si reca a Bruxelles senza poter negoziare. In ragione di tali vincoli interni, Lei ha posto condizioni – non per forza sbagliate – a un partner, l’Italia, chiamandolo ad approvarle entro tre giorni.
Il Governo italiano deve quindi procedere d’urgenza senza consultare il Parlamento, il quale viene chiamato successivamente ad approvare provvedimenti contenuti in un accordo internazionale e che quindi non sono modificabili se non a costo di una nuova crisi dei mercati. Il peso specifico dei due Parlamenti è evidentemente squilibrato e in senso lato lo è anche quello dei cittadini.
A una situazione di forza finanziaria la Germania è arrivata per lìammirevole capacità di consolidare la propria economia. Sarebbe sufficiente il paragone tra la soluzione dei problemi dell’unificazione e quelli del nostro Mezzogiorno per riconoscerlo. Ma non è tutto positivo quello che ha determinato la forza finanziaria tedesca. Due aspetti non lo sono: uno è la politica macroeconomica mirata a produrre surplus di risparmio e l’altro è la protezione del sistema finanziario.
Tra il 1997 e il 2008 la Germania ha esportato due terzi del totale dei suoi risparmi, equivalenti quasi all’intero Pil dell’Italia. Tra il 2002 e il 2010, l’export di capitale ha superato i 1070 miliardi. I risparmi sono stati ottenuti attraverso sia la capacità competitiva delle imprese, sia le politiche di restrizione fiscale e salariali che hanno portato Stato e famiglie a ridurre la domanda interna e quindi a contribuire in modo squilibrato e negativo alla domanda europea e globale.
L’altro lato della compressione della domanda è appunto l’investimento all’estero dei capitali che come è noto ha portato le banche tedesche a finanziare le bolle speculative. Il protezionismo con cui la Germania ha nascosto i problemi delle proprie banche ha aggravato l’intera crisi dell’euro area. Gli interessi politici dietro le Landesbanken e il fatto che nel consiglio di sorveglianza di Hre sedessero anche Suoi consiglieri non è rassicurante.
Dietro ogni ideologia c’è una cattiva coscienza ed è forse quella che ha portato a destabilizzare l’intera euro area nell’ottobre 2010 con la proposta di una clausola di default per chi investe nelle future emissioni dell’euro area. Ora propone il contrario: di assicurare quelle perdite.
Anche senza ricordare la violazione del Patto di stabilità del 2003 e l’opposizione a dare alla Commissione Ue maggiori poteri di sorveglianza, la corresponsabilità tedesca nella crisi è nascosta alla consapevolezza dei Suoi cittadini. Le personalizzazioni della crisi nella figura del premier italiano e del pre-pensionato greco fanno giustizia sommaria di ogni approfondimento. Così si tende a liquidare sbrigativamente anche la questione dei diritti politici dei Paesi messi sotto scacco dai mercati. Questo potrebbe essere accettabile se il Bundestag internalizzasse i problemi europei. Ma non c’è alcuna garanzia di questo tipo: giovedì scorso Lei è arrivata a chiedere la cancellazione del vertice perché non era in grado di negoziare in assenza di un mandato del Bundestag. Il peso delle opinioni del partito liberale o di quello cristiano-sociale bavarese – che corrispondono all’opinione di solo un cittadino tedesco su 13 – prevale sul peso dell’80% del Bundestag ed è enormemente più rilevante di quello dei cittadini di qualsiasi altro Paese (viene in mente il Lissabon Urteil della Corte). Difficile essere il centro d’Europa, se non si è il centro nemmeno nel proprio Paese.
Fu Immanuel Kant a definire la libertà giuridica del cittadino come la facoltà di non obbedire a leggi esterne, se non a quelle alla cui approvazione egli stesso fosse stato in grado di partecipare. Evidentemente si tratta di un linguaggio che va trasposto dalla democrazia nazionale a quella europea. Un linguaggio che prelude all’unione politica europea e che italiani e tedeschi dovrebbero impegnarsi subito a imparare insieme e fin da oggi a tenere in considerazione.

Fonte: Sole 24 Ore del 25 ottobre 2011

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