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Banche, la crisi torna dov’era cominciata

I dati sulla disoccupazione sono da sempre più importanti negli Stati Uniti rispetto all’Europa, perché lì il Welfare protegge meno. Lo sono ancor più in questo periodo, quando perfino la destra repubblicana si accorge che si è rotto l’«ascensore sociale», ovvero che l’America non è più il Paese dove facilmente un povero che si dà da fare può diventare ricco. Rallegra anche Barack Obama il calo dei senza lavoro, perché gli fa guadagnare speranze di essere rieletto. La notizia non è tuttavia bastata, ieri nelle Borse di tutto il mondo, a controbilanciare il pessimismo che viene dall’Europa. Altri segnali dovranno seguire, prima di poter essere certi che negli Usa si è irrobustita la ripresa.
Se la recessione a cui va incontro l’Europa sarà breve, come i più recenti dati dall’economia reale consentono di sperare, le sue ripercussioni oltreoceano resteranno contenute. Ma ci sono le banche. Per quella via il contagio internazionale viaggia veloce. E la crisi dell’area euro stringe ora Stati e banche in un circolo vizioso: la fragilità del debito di alcuni Stati fa sorgere dubbi non solo sulle banche che vi hanno sede, ma su quasi tutte le banche del resto dell’area. Non è peraltro un male che la crisi ritorni dove è cominciata, nella finanza. Può essere utile a capirne meglio la natura; sperabilmente ad accelerare i rimedi. Purtroppo il colpo è stato duro in Italia, dove i banchieri non avevano molto peccato di sregolatezza prima del 2007. Ciò che viene alla luce è piuttosto una particolarità nazionale: mostra i suoi limiti l’assetto proprietario basato sulle Fondazioni, a cui si ricorse quando le banche furono privatizzate negli Anni 90. Inutile accusare le nuove regole europee, c’è una carenza di capitale vera. Non è un male che la crisi ritorni ad abbattersi sulle banche perché mostra quanto le difficoltà investano collettivamente tutta l’area euro, e richiedano dunque uno sforzo comune. La nazionalizzazione di ciò che resta di Dexia potrebbe dare il colpo finale alla «tripla A» del debito pubblico francese; il governo di Parigi ha smentito, e ciò nonostante la voce continua a girare. La stessa Germania potrebbe essere costretta ad interventi di grande peso.
Insomma, se le banche tremano, solo gli Stati possono sorreggerle. Ma che avverrà agli Stati troppo deboli per fare da sostegno? Anche nel caso delle banche si rivela una miopia dei poteri costituiti nazionali dell’area euro. La moneta unica per funzionare bene non richiede soltanto una parziale cessione di sovranità (una politica di bilancio comune) ma anche un sistema bancario il più possibile transnazionale. Ad esempio, è normale che alcuni dei 50 Stati nordamericani consumino più di quanto producano, e altri l’opposto; ma il risparmio viene trasferito da dove si forma a dove serve da un sistema bancario perlopiù a scala dell’intera Unione, senza che si interpongano etichette di provenienza, Illinois o Alabama o altro. Può darsi che la comune situazione di pericolo agevoli la comprensione dei fatti. Finora la Germania è riuscita a tenere separate le parti del problema, come se non ci fosse alcun nesso tra le difficoltà delle sue banche, venute da chissà dove, e quelle dei Paesi deboli, provocate dalla dissolutezza dei loro governi. L’attenzione ossessiva ai soli deficit pubblici minaccia di trasformare l’unione monetaria europea in un infernale meccanismo di recessione, come lo fu il gold standard negli Anni 30.
Sarebbe stato meglio per le banche un sostegno collettivo europeo, che le indirizzasse verso una dimensione sovrannazionale oltre ad evitare nuovi intrecci tra politica interna e potere della finanza. Intanto è necessario rendere pienamente operativo al più presto l’Efsf, il fondo di salvataggio europeo. Non è affatto detto che basti. Perlomeno Berlino appare ormai isolata nell’allungare i tempi, abbandonata anche dai suoi tradizionali alleati nordici.

Fonte: La Stampa del 7 gennaio 2012

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