• martedì , 23 Luglio 2024

Banche, il portafoglio piange bilanci schiantati dallo spread

Le banche italiane, che già valevano poco a giugno, ora valgono la metà di allora. Unicredit e Intesa 16 miliardi di euro ciascuna, Montepaschi 4, Ubi e Banco Popolare 2 ciascuna: tutte insieme fanno 40 miliardi, un terzo in meno del solo patrimonio netto di Unicredit. Prezzi da super saldo. Perché allora nessuno le compra e anzi la propensione è di continuare a vendere? La risposta sta in una parola sola, ormai terrificante: spread. «Se vedo qualche segnale che indica che tra sei mesi lo spread sarà più basso di 100 punti compro dice un investitore se invece i segnali mi dicono che non scenderà o che aumenterà allora vendo. E poiché segnali di discesa non se ne vedono io vendo». Cosa ha in pancia la banca, patrimonio netto, capitale, qualità dell’ attivo, qualità del management non contano. Contano solo gli spread. Aumentare il capitale può servire a rendere più solido il sistema e a rassicurare le banche centrali, l’ Ocse e il Fondo Monetario, ma chi opera in Borsa di questi tempi il capitale manco lo guarda. Semmai se vuoi aumentarlo ti penalizza, perché vuol dire che chiederai soldi. A chi opera in borsa e opera sui titoli bancari l’ unica cosa che interessa è il famigerato spread. Ovvero, come ormai dopo questa estate di fuoco sanno anche i bambini, la differenza tra il rendimento dei Btp emessi da Roma e quello dei Bund emessi da Berlino. Quella differenza, che è il termometro della percezione del rischio, ovvero della capacità del debitore di pagare gli interessi e di restituire il capitale a chi glielo ha prestato, ormai da qualche mese è stabilmente sopra i 300 punti base (ovvero il 3 per cento, poiché punto base nel gergo finanziario vuol dire un centesimo). Dopo due manovra pesantissime, come l’ Italia non ne aveva mai vissute, e dopo interventi di sostegno miliardari della Banca Centrale Europea che per sostenere il prezzo dei Btp e quindi ridurne il tasso di interesse ha comprato a mani basse, siamo sempre lì. Venerdì a quota 365. Il motivo per il quale chi compra e vende titoli bancari è ossessionato dallo spread è molto semplice: perché lo spread ti dice quanto le banche italiane pagano la loro materia prima, il denaro, e quanto valgono i titoli di stato italiano che hanno in portafoglio. Se lo spread sale il valore dei titoli di stato scende, e il valore di quei portafogli diminuisce. Se lo spread è alto, la raccolta delle banche sarà più costosa e sarà più difficile trasferire questo aumento alla clientela, quindi diminuiranno i margini di interesse (che sono già bassi). Quanto più aumenta il costo del denaro tanto più numerosi saranno i clienti che faranno fatica a pagare gli interessi e a restituire il capitale prestato, per cui i crediti nei loro confronti che hanno le banche si trasformeranno in maggior misura in crediti incagliati e in sofferenze. Nella linea finale del bilancio sono tutti segni meno. La ragione per la quale le banche italiane valgono tanto poco in Borsa è quindi essenzialmente dovuta al fatto che sono italiane. Poi qualcuna ha meno capitale di quanto dovrebbe, qualcun’ altra ha più sofferenze, altre ancora hanno costi troppo elevati, ma la sostanza, quella che conta davvero, è che il “rischio Italia” si trasferisce automaticamente sul prezzo delle loro azioni. E si trasferisce ingigantito perché in un mondo occidentale alle prese con un feroce braccio di ferro con il suo debito, loro sono esattamente in mezzo, schiacciate tra quelle due mani che cercano di prevalere l’ una sull’ altra. Le banche occidentali sono nell’ occhio del ciclone e quelle italiane lo sono di più perché sono italiane. Ma torniamo agli spread, valutandone gli effetti uno per uno. Il primo, più immediato, è sul valore del portafoglio. I Btp a dieci anni da fine giugno ad oggi hanno perso il 3 per cento circa del loro valore, quelli a cinque il 2 per cento e quelli a 30 anni il 10 per cento. Se a fine trimestre i numeri rimarranno questi ciascuna banca dovrà riportare nel conto economico le perdite relative ai titoli classificati “Held for trading”, quelli cioè utilizzati per le negoziazioni quotidiane, accantonare nello stato patrimoniale una riserva corrispondente alle perdite sui titoli classificati “Avalable for Sale”, cioè destinati alla vendita nel medio termine, mentre potranno non iscrivere nulla per la terza categoria, “Loans & Receivable” dove vanno i titoli che si tengono fino alla scadenza. Un calcolo molto approssimativo porta per questo trimestre le perdite delle banche italiane sui circa 160 miliardi di Btp che sono nei loro portafogli a una cifra intorno a 3 miliardi di euro, che andranno in parte a mangiare gli utili e in parte il capitale. Niente di drammatico, un piccolo taglio di capelli, che va però a incidere sui risultati di un trimestre tradizionalmente debole per l’ attività bancaria (il terzo) e particolarmente in questo 2011 per la debolissima attività economica. L’ effetto più delicato e dirompente gli spread così elevati lo hanno però sul costo della raccolta, uno degli snodi nevralgici dell’ attività bancaria. Per il 2011 il costo aumenterà poco perché, saggiamente, i maggiori istituti hanno completato nel primo semestre il rinnovo delle obbligazioni in scadenza. Più complicato sarà invece, se gli spread rimarranno a questi livelli, il 2012, quando andranno in scadenza 10 miliardi di obbligazioni di Unicredit, 12 di Intesa, 5 ciascuna di Mps e Banco Popolare e 3 di Ubi. Già oggi la raccolta è difficile, sia sul mercato interbancario (è diminuita la fiducia reciproca degli istituti) che su quello obbligazionario, tanto che le banche stanno facendo un ricorso massiccio ai finanziamenti delle Bce, saliti dai 41 miliardi di giugno agli 85 di agosto. Molto non arriva neanche dai depositi, benché il trattamento fiscale sia migliorato con la manovra di luglio (la tassazione sugli interessi è scesa dal 27 al 20 per cento), perché gli italiani con una economia che non cresce e lo stato che da una parte non paga i fornitori e dall’ altra spreme con nuove tasse le tasche dei cittadini, fanno fatica risparmiare e anzi spesso attingono ai risparmi passati. Se non ritornerà la fiducia sull’ Italia la raccolta rischia di farsi ancora più difficile e costosa nei mesi a venire e soprattutto con il nuovo anno. Allora si vedrà fino in fondo l’ effetto di questa estate drammatica. Con due possibili esiti: un aumento significativo del costo del denaro alla clientela oppure una riduzione dell’ offerta di credito, quello che i tecnici chiamano credit crunch. Le banche infatti facendosi i conti dovranno scegliere cosa fare e non è improbabile che molte troveranno più conveniente e redditizio ridurre l’ attivo (fatto per il 65 per cento di crediti alla clientela), magari utilizzando le risorse per comprare titoli di stato (perché no tedeschi) da dare in garanzia alla Bce per rifinanziarsi. Con buoni margini e zero rischi. Sullo sfondo di tutto ciò c’ è lo scenario di una economia che rallenta fino a fermarsi e forse anche andare un po’ indietro, a causa della congiuntura internazionale, che vede una frenata anche degli americani e soprattutto dei tedeschi, e una congiuntura nazionale soffocata dalle manovre di rientro dal debito pubblico e dall’ assenza assoluta di politiche per la crescita. Il rischio a questo punto per le banche è fatto di tre fattori: perdite sui titoli in portafoglio; contrazione del margine d’ interesse; aumento delle sofferenze dovuto al più alto costo del denaro e al rallentamento dell’ economia. Purtroppo però tutto questo non riguarda solo le banche. Se non si ripristina la fiducia nell’ Italia e quindi si riduce il prezzo (lo spread) del rischio paese, e se non si fanno politiche per la crescita, allora sarà l’ intera economia italiana a rischiare di soffocare.

Fonte: Repubblica del 12 settembre 2011

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