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Un ciclo si è chiuso. Anche per il costruttore

di Stefano Feltri

di Stefano Feltri

Se l’ambizione del governo Meloni di riformare le istituzioni si è fermata con il voto del referendum costituzionale sulla magistratura, i grandi piani di ridisegnare il sistema finanziario finiscono con il voto dell’assemblea degli azionisti del Monte dei Paschi di Siena che conferma Luigi Lovaglio amministratore delegato.

Forse non è eccessivo legare le due vicende: se gli elettori ora si permettono di bocciare le riforme di Giorgia Meloni e Donald Trump non ha più bisogno della sua collaborazione sulla sponda europea, allora anche i grandi soci di Mps possono affossare il grande disegno che si reggeva su Siena per consegnare prima Mediobanca e poi Generali al gruppo di Francesco Gaetano Caltagirone. Il costruttore romano è in ottimi rapporti con Meloni da quando è stato tra i pochissimi a prendere sul serio le ambizioni di leadership al tempo della candidatura a sindaca di Roma nel 2016.

Ma chissà, forse un ciclo politico che si è aperto allora si sta chiudendo. Non è riuscito a imporre il suo amministratore delegato Fabrizio Palermo, ad di Acea e in cda di Generali proprio in quota Caltagirone. Dunque vince la linea Lovaglio sul nodo cruciale della strategia sul riassetto del sistema: la quota delle Assicurazioni in pancia a Mediobanca è un asset finanziario di cui disporre in modo laico e non la leva per conquistare il gruppo assicurativo di Trieste, cacciare l’ad Philippe Donnet e ripensare il ruolo stesso di Generali nel sistema. La lettura politica del voto è inevitabile e si lega alla natura tutta politica del progetto Mps-Mediobanca-Generali.

La mossa di apertura, cioè la cessione della maggior parte delle quote del Montepaschi in mano al Tesoro dopo il salvataggio del 2017, a Caltagirone e Delfin di Francesco Milleri è al centro dell’inchiesta della Procura di Milano sul presunto concerto alle spalle del mercato, con la regia informale di palazzo Chigi. L’ombra di quella inchiesta ha condizionato il resto: licenziare Lovaglio, indagato con l’accusa di aver concertato con Caltagirone e Delfin, indeboliva l’impianto dell’inchiesta. La spaccatura tra Caltagirone, a favore della successione con Palermo, e Delfin che alla fine vota per Lovaglio renderà davvero arduo per i pm sostenere che i protagonisti avessero un disegno comune occulto e illegale.

(Italypost del 15 aprile 2026)

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