di Stefano Feltri
Ora che il Piano europeo di ripresa e resilienza arriva alla conclusione, si apre il dibattito sul suo impatto. Di sicuro è stato un colossale esperimento di politica economica praticamente impossibile da monitorare per i non addetti ai lavori. Si parla di oltre 200 miliardi di euro, tra fondi europei e nazionali, parte a debito parte a fondo perduto, gestiti da una miriade di enti e frammentati tra mille progetti.
Soltanto una manciata di persone che per lavoro, negli ultimi sei anni, si è occupata del Pnrr può dire di avere un’opinione informata sui dettagli. Il fatto che poi gli obiettivi e la struttura del piano siano stati rivisti più volte rispetto al 2021 rende ancor più difficile capirci qualcosa.
Erano meglio le prime versioni? Davvero la priorità era riuscire a spendere tutto anche a costo di non spendere bene? E quanti degli investimenti sono stati aggiuntivi rispetto a quelli già programmati? Anche in questa nebbia di sigle, revisioni e dati poco accessibili si può mettere qualche punto fermo. Dai documenti del governo Meloni, sappiamo che senza PNRR l’Italia sarebbe stata in recessione sia nel 2025 che nel 2026, visto che il contributo marginale del Piano è stato di 1 e 1,5 punti di Pil a fronte di un tasso di crescita di 0,8 e 0,5 per cento nel 2025 e nel 2026.
Ma il Pnrr non doveva essere soltanto una misura di emergenza per evitare una lunga recessione dopo la pandemia. Oltre alla “ripresa” doveva favorire la “resilienza”, cioè rendere l’economia italiana più forte e in grado di trasformarsi. Se guardiamo il tasso di crescita del Pil potenziale come riportato dal Documento di finanza pubblica del 2026, si vede che l’effetto Pnrr svanisce in fretta: si passa dal picco di 1,2 per cento del 2024 a una rapida discesa fino allo 0,5 per cento del 2029. Una volta chiusi i progetti e le riforme, l’Italia torna ad avere il potenziale – scarso – di prima del piano.
Quel che dovrebbe turbare la politica, se padroneggiasse la materia, è che il problema risulta essere soprattutto la produttività totale dei fattori, cioè la misura dell’efficienza dell’economia nel combinare capitale e lavoro: il suo contributo alla crescita potenziale è negativo per tutti gli anni del PNRR per poi azzerarsi nel 2029, quando finiscono gli effetti del piano. Come si spiega? Il Pnrr è stato concentrato su investimenti in infrastrutture ed edilizia dove la produttività totale dei fattori è bassa. E così i fondi europei hanno spinto la crescita del Paese, ma su una traiettoria con poche prospettive, senza rendere l’economia più competitiva, innovativa, sostenibile.
Fin dal 2022, gli economisti della Bocconi Tito Boeri e Roberto Perotti hanno sostenuto che l’approccio italiano fosse sbagliato: troppi soldi, troppo poco tempo, non abbastanza capacità amministrativa per gestirli. Un disastro annunciato.
Ma è una critica troppo severa. Molti di quelli che hanno lavorato sul PNRR dicono che ha lasciato un’eredità di efficienza nella pubblica amministrazione che si vedrà nel tempo: ha abituato i funzionari a lavorare per milestone e target, cioè a suddividere i progetti in segmenti misurabili e sensati, abbandonando il tipico approccio che prevede di iniziare i lavori e poi rassegnarsi a ricorsi al TAR, interferenze politiche e lungaggini burocratiche che rendono impossibile fare previsioni sul futuro.
Il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, che era anche il ministro dell’Economia che ha impostato il Pnrr nel 2021, ha gestito oltre un miliardo di euro di investimenti con fondi europei che hanno avuto effetti visibili sulla Capitale. Soprattutto, il Comune un tempo più ingestibile d’Italia ha “piennerrizzato” tutti gli investimenti di questi anni, e quelli futuri: cioè ha applicato i metodi richiesti dalla Commissione, sempre esigente, a tutti i progetti. Ma c’è modo di misurare questo impatto di cultura organizzativa nella pubblica amministrazione? Alcuni indizi si trovano nella Relazione annuale della Banca d’Italia sul 2025, appena presentata dal governatore Fabio Panetta.
Alla fine dello scorso anno era stato assegnato l’85 per cento delle risorse del Pnrr e l’Italia ne aveva speso il 54 per cento, dieci punti percentuali in più rispetto a quanto si era registrato per i fondi di Coesione 2014-2020 allo stesso punto del ciclo. Tradotto: siamo più bravi a spendere i fondi europei del Pnrr di quanto non lo fossimo con quelli erogati prima, con i vecchi sistemi. Se guardiamo ai bandi di lavori pubblici, la durata della fase di affidamento dei bandi aggiudicati nel 2025 è stata di 24 giorni contro 82 nel 2019. Il disposition time, cioè il tempo per arrivare a risoluzione della controversia, nella giustizia civile è sceso dell’11 per cento rispetto al 2019: ci vogliono 435 giorni per la sentenza di primo grado.
Un notevole miglioramento, anche se l’obiettivo del Pnrr era arrivare a 235 giorni (se il miglioramento proseguisse a questo ritmo, scrive Bankitalia, avremmo bisogno di sette anni per arrivare ai livelli di Francia, Spagna e Germania). Il Pnrr, insomma, non è stato inutile. Ha cambiato la pubblica amministrazione in meglio, ma non ha cambiato l’Italia. La colpa è soprattutto della politica – governo Conte II ma anche governo Draghi – che per l’ansia di spendere tutto non ha avuto il coraggio di scegliere priorità chiare, che fossero energia o formazione, e dunque i problemi strutturali del Paese restano uguali. C’è stata la ripresa, ma non abbiamo costruito la resilienza.
(ItalyPost 30/05/2026)
