di Stefano Feltri
Il problema non è soltanto Roberto Cingolani rimosso da amministratore delegato di Leonardo senza spiegazioni dopo un solo mandato. Il problema è il metodo e la strategia: come vengono scelti dal governo i componenti dei consigli di amministrazione delle società quotate e quale mandato hanno i loro vertici? Molta dell’indignazione per la cacciata in malo modo di Cingolani è curiosa: si rimprovera al governo di averlo allontanato soltanto per ragioni di scarsa sintonia politica.
Ma Cingolani era arrivato alla guida di Leonardo nel 2023 esattamente in quanto considerato politicamente affidabile. Sponsorizzato all’inizio da Beppe Grillo in quota Cinque Stelle, dopo essere stato manager del IIT di Genova, Cingolani è diventato ministro della Transizione ecologica del governo Draghi e poi – pochi lo ricordano – consigliere per l’energia del governo Meloni nel 2023, qualunque cosa questo significasse.
Quindi è passato a Leonardo direttamente dal governo, anche se di Leonardo era già dirigente dal 2019 come chief technology officer. Molto politica la nomina, molto politico il licenziamento. Nessuno, né la premier Giorgia Meloni, né l’azionista (il ministero dell’Economia di Giancarlo Giorgetti), né il sempre loquace ministro della Difesa ed ex lobbista del settore Guido Crosetto si sono preoccupati di spiegare la scelta.
I giornali parlano di pressioni americane, di scarsa sintonia con l’establishment militare italiano, di giochi di potere tra Palazzo Chigi e Difesa. Qualunque sia l’analisi corretta, non cambia il problema di fondo: i vertici delle partecipate sono scelti per massimizzare gli utili degli azionisti o per fare una qualche forma di politica industriale strategica? Se fossero scelte di mercato, ci dovrebbe essere una qualche procedura formale, il ricorso a cacciatori di teste, la selezione dovrebbe coinvolgere anche altri soci, proxy advisors, e così via. È il modello Monte dei Paschi: il ministero del Tesoro è ancora un azionista rilevante, con il 4,6 per cento, ma sembra aver rinunciato a esercitare ogni influenza e lascia che il socio privato Caltagirone licenzi in malo modo l’ad Luigi Lovaglio, scelto proprio dal ministero nel 2022.
Su Mps, il governo Meloni ha assistito da spettatore interessato alla scalata di Caltagirone e Delfin a Mediobanca Generali, che ha avuto il Monte come tappa intermedia, ma ha rinunciato a esercitare moral suasion sulla governance futura. E il candidato alla successione a Lovaglio, che non si arrende, è Fabrizio Palermo, scelto da Caltagirone. Ma sarà l’assemblea a pronunciarsi in una battaglia ancora aperta. Nelle grandi partecipate, invece, sembra che gli altri soci non esistano. Conta solo la politica. Ma si possono trattare società quotate in Borsa con azionisti in tutto il mondo come se fossero la Rai? Tolti Claudio Descalzi, che in Eni è al quinto mandato e ormai conta più lui di qualunque ministro o premier, e Flavio Cattaneo, con una carriera che lo rende sempre una scelta legittima, tutti gli altri ad o presidenti sembrano dovere la poltrona a calcoli più politici che finanziari o strategici.
Uno dei casi più bizzarri è quello di Giuseppina Di Foggia, che nel 2023 arriva alla guida di Terna da Nokia Italia: per tre anni i giornali scrivono che deve il posto a un’amicizia con Arianna Meloni, per tre anni le interessate smentiscono. E adesso Di Foggia passa da Terna alla presidenza dell’Eni. Se è stata una brava manager dell’energia, perché non riconfermarla? Se ha fallito perché spostarla in una poltrona con poco potere ma molto delicata nello stesso settore? L’attenzione per le cariche apicali oscura un problema forse più risolvibile: quello della qualità dei consiglieri di amministrazione indicati dal ministero dell’Economia. Praticamente non se ne trovano con competenze connesse alle attività delle aziende che dovranno amministrare. Alessandro Monteduro, per esempio, è uno stretto collaboratore del sottosegretario Alfredo Mantovano e va nel cda di Enel: avrà mille competenze, ma non risulta che si sia mai occupato di energia o finanza. Anche di molti altri è chiara la “quota” politica, meno il contributo che possono dare. Consiglieri deboli lasciano tutto il potere nelle mani degli amministratori delegati ai quali la politica, quindi, consegna un mandato in bianco, salvo riservarsi il diritto – vedi Cingolani – di scaricarli senza troppi complimenti.
Una combinazione che finisce per spingere i manager a coltivare la compiacenza della politica più che a rispettare una strategia chiara ed esplicita. Eppure, un modo per gestire le nomine in maniera più sensata ci sarebbe: basterebbe che il ministero dell’Economia indicasse soltanto suoi dirigenti per i consigli di amministrazione delle partecipate, magari pure per le presidenze. Sarebbe un modo per combinare due esigenze: quella di avere amministratori delegati “di mercato” e per garantire una qualche forma di indirizzo politico e controllo strategico trasparente e ordinato. Se la scelta è tra lottizzati e burocrati, viva i burocrati. Basta commercialisti di provincia, avvocati amici, politici trombati, amici, amiche, pensionati dell’intelligence da silenziare con una poltrona: se nei cda di fossero soltanto, per la quota del governo, dirigenti del ministero dell’Economia la stagione delle nomine sembrerebbe un po’ più seria (ed economica, visto che si risparmierebbero i gettoni ai consiglieri esterni).
Il ministero dell’Economia ha anche un’apposita dirigente che si occupa del ruolo dello Stato come azionista nelle partecipate: si chiama Olga Cuccurullo, sedeva nel consiglio di Enel. Non l’hanno riconfermata.
(Italypost del 11/04/2026)
