di Giampaolo Galli*
Come noto, il governo non ha voluto imporre un salario minimo per legge e, per contrastare il lavoro povero, nel decreto cosiddetto 1° maggio è ricorso al concetto di “giusto salario”. Questo decreto sta mettendo a soqquadro le parti sociali perché chiede a sindacati e organizzazioni datoriali di applicare il “giusto salario”, cosa tutt’altro che facile.
Gli aspetti positivi…
Ma andiamo con ordine. Cos’è il “giusto salario? La legge individua il parametro di riferimento nel trattamento economico complessivo (Tec) previsto dal contratto collettivo stipulato dalle associazioni datoriali e sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale applicabile al settore di appartenenza. Il Tec comprende le voci retributive fisse e continuative, dirette, indirette e differite dei lavoratori subordinati, nonché il welfare contrattuale riconosciuto alla collettività dei dipendenti, come assistenza sanitaria e previdenza complementare.
In linea di principio, il Tec permette tutele più ampie del salario minimo, visto che quest’ultimo è rappresentato da un singolo numero, indipendentemente dalla mansione e dal livello, mentre il Tec ha valori differenziati in base all’inquadramento e alla qualifica del lavoratore. Chi difende questa scelta
legislativa sottolinea che un lavoratore può sempre rivolgersi al giudice e chiedere che gli sia riconosciuto il Tec previsto dal contratto collettivo di riferimento.
Si argomenta anche che con questa norma si potrà superare la frammentazione salariale che consente la proliferazione dei cosiddetti contratti pirata ed è uno dei limiti evidenti del mercato del lavoro italiano.
…e la difficile realizzazione
Vediamo ora perché l’applicazione di questa norma sarà molto difficile. La legge non dice come si misura la rappresentatività delle diverse organizzazioni dei datori di lavoro e dei sindacati. Per le organizzazioni dei lavoratori il problema dovrebbe riguardare settori abbastanza marginali dell’economia italiana, in quanto quasi ovunque le organizzazioni comparativamente più rappresentative a livello nazionale sono Cgil, Cisl e Uil. Ciò non toglie che organizzazioni sindacali minori stiano già sostenendo di essere rappresentative, magari a partire dall’identificazione di un settore specifico molto ristretto, e invochino la Costituzione laddove detta che “l’organizzazione sindacale è libera”.
Una analoga questione, forse anche più complessa, si porrà dal lato delle organizzazioni dei datori di lavoro. Il 7 luglio scorso le principali organizzazioni dei datori di lavoro hanno concordato un importante testo di principi il cui scopo è quello di definire i confini delle diverse associazioni. Il problema è che si tratta di principi. E fra l’enunciare principi e il fare c’è di mezzo un gran numero di accordi che devono essere realizzati in ogni settore.
Come si potrà decidere a quale confederazione appartiene una data impresa? Oggi l’adesione a una o altra Confederazione è totalmente volontaria. Ad esempio, poiché i contributi dell’artigianato sono notevolmente più bassi di quelli dell’industria, molte imprese che hanno caratteristiche industriali sono iscritte alle associazioni dell’artigianato. Riusciranno Confindustria e Confartigianato a raggiungere un accordo sui relativi ambiti di competenza e questo accordo sarà sufficiente a indurre le imprese a cambiare gli stipendi per
adeguarsi al Tec di riferimento. Problemi analoghi si pongono per la grande distribuzione che aderisce a Federdistribuzione, in un settore, quello della distribuzione commerciale, in cui l’associazione più rappresentativa è Confcommercio. E per le grandi catene alberghiere che aderiscono a Confindustria, in un settore – quello degli alberghi – in cui l’associazione più rappresentativa è quella di Federalberghi, che a sua volta aderisce a Confcommercio.
Il retaggio del passato e la tentazione di una norma
Non va poi sottovalutato il fatto che i contratti che oggi si applicano ad una data impresa sono spesso frutto della storia passata e non hanno nulla a che fare con l’attività principale dell’impresa o settore in cui è classificata da Istat. È questo, ad esempio, il caso di Ibm Italia che applica ancora il contratto dei metalmeccanici malgrado ormai da tempo sia diventata un’azienda di servizi e di consulenza. Esistono infine associazioni di imprese le cui adesioni incrociano tutti gli altri settori (Industria, Artigianato e Commercio). Qui non è chiaro come si possano definire i confini dell’una e dell’altra.
Se le parti sociali non riusciranno a trovare un accordo, interverrà la magistratura, caso per caso. E non si può escludere che alla fine qualcuno cerchi di risolvere il problema con una norma, come da tempo chiedono i sindacati. Ma se si arrivasse a tanto, allora, per combattere il lavoro povero, sarebbe meglio imporre un salario minimo per legge.
* Direttore scientifico Osservatorio Conti Pubblici Italiani, Università Cattolica
(la Repubblica 19/07/2026)
