di Giampaolo Galli
La sconclusionata furia iconoclasta di Trump contro il diritto internazionale e le organizzazioni multilaterali – dalle Nazioni Unite in giù- ha distrutto una prassi in base alla quale i leader e le autorità monetarie dei maggiori paesi ragionavano assieme sugli squilibri macroeconomici globali; questo avveniva in varie sedi, come il G7, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca dei Regolamenti Internazionale. Il confronto in queste sedi ha portato a momenti importanti di cooperazione: il caso forse più noto è quello dell’accordo del Plaza del settembre 1985, che consistette nella decisione delle banche centrali dei tre principali paesi di allora – Stati Uniti, Germania e Giappone- di effettuare interventi concertati sul mercato dei cambi per contrastare uno straordinario – e pericoloso – apprezzamento del dollaro.
Un esempio opposto, di mancanza di cooperazione, si realizzò nell’ottobre del 1987 quando la Germania fece capire che non era più disposta ad evitare quello che stava diventando un eccessivo deprezzamento del dollaro; la conseguenza immediata fu il famoso “lunedì nero” di Wall Street con una caduta del 23%, la più grande di sempre in una singola giornata.
Ma la cooperazione non serve solo per mantenere la calma sui mercati finanziari. La sua valenza è eminentemente politica perché serve soprattutto ad evitare che ogni paese cerchi di risolvere i propri problemi a danno degli altri. Questa è la grande lezione degli anni Trenta del secolo scorso, quando dazi e svalutazioni competitive ebbero l’effetto di trasformare la caduta di Wall Street del 1929 in una recessione mondiale, con le conseguenze politiche che conosciamo. In un celebre saggio del 1937 l’economista inglese Joan Robinson definì queste politiche “beggar thy neighbour” (letteralmente” riduci il tuo vicino a mendicante”).
Proprio per evitare il ripetersi di drammi di questa portata, nell’immediato dopoguerra fu attuato un sistema, detto di Bretton Woods, concepito da alcuni uomini illuminati tra cui John Maynard Keynes. Questo sistema non vietava le svalutazioni e nemmeno i dazi, ma cercava di far sì che ci fossero delle buone ragioni per le une e gli altri. In altre parole, ognuno doveva cercare di mettere ordine in casa propria senza scaricare i propri problemi sugli altri.
Il sistema di Bretton Woods, centrato sula convertibilità del dollaro in oro, fu abbandonato dagli Stati Uniti nell’agosto del 1971, ma non fu abbandonata l’idea di fondo che i paesi dovessero cooperare per evitare di scaricare sugli altri i propri problemi.
Invece, questo purtroppo è esattamente quello che sta cercando di fare Trump, quando impone, unilateralmente, i dazi come un modo per obbligare le imprese estere che esportano negli Stati Uniti a finanziare il gigantesco deficit di bilancio di quel paese; per la prima volta una tipica politica di “beggar thy neighbour” viene non solo attuata, ma addirittura sdoganata come una grande trovata da presentare agli elettori, in base a nessuna regola se non la legge del più forte.
E questa è anche, per molti versi, la politica della Cina che non sa come rafforzare la domanda interna e scarica il suo surplus di produzione sull’estero. I dazi di Trump hanno poi ingigantito il problema Cina per i paesi terzi, a cominciare dall’Europa perché le sue esportazioni sono state dirottate dagli Stati Uniti al resto del mondo. E oggi, come era facile immaginare, crescono le pressioni per attuare misure che mettano un freno allo straripare delle merci cinesi.
E così il sistema si avvita e va verso una configurazione in cui i nazionalismi e i protezionismi vanno sempre più a braccetto con tutte le conseguenze politiche che si possono solo immaginare.
Per avere un’idea degli ordini di grandezza, si consideri che nel 2025 il deficit della bilancia commerciale dei beni americani è stato di 1.240 miliardi di dollari – quasi metà del Pil di un paese come l’Italia. Il surplus di merci cinese è stato di 1.200 miliardi di dollari ed è cresciuto di ben 200 miliardi di dollari rispetto al 2024. Per capire il problema Cina per l’industria europea, si consideri che nel 2025, anche a causa dei dazi USA, le importazioni di merci dalla Cina hanno raggiunto i 560 miliardi di euro: si tratta di più di un quarto della dimensione dell’industria manifatturiera dell’intera Eurozona, il cui valore aggiunto si aggira attorno ai 2.000 miliardi.
Dunque, che fare? Le risposte giuste sono quelle suggerite dal Fondo Monetario. Gli Stati Uniti dovrebbero ridurre il loro insostenibile deficit di bilancio anche perché solo così potranno ridurre il deficit esterno. La Cina dovrebbe lasciare apprezzare lo yuan e ridurre i pesanti aiuti di Stato alle imprese esportatrici; se possibile, dovrebbe gradualmente impostare iniziali forme di welfare state che consentano alle famiglie di ridurre un risparmio monstre, stimato nel 40% del reddito disponibile.
Oggi tutto questo è ovviamente un sogno. Ma il minimo che ci si può aspettare dall’Europa è che affronti unita il problema Cina, come unita, bene o male, ha affrontato il problema Trump.
(la Repubblica 08/06/2026)
