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Quotazioni stellari a Wall Street: esploderà la bolla?

Gli ottimisti guardano al mercato del Private Credit, che ha subito solo un aggiustamento

di Giampaolo Galli

di Giampaolo Galli

Di rado si sono viste differenze tanto forti fra le valutazioni delle banche centrali e quelle del mercato sugli andamenti dei mercati finanziari. Le banche centrali (e il Fondo Monetario) ripetono ormai da almeno un anno pressoché all’unisono che le quotazioni sono eccessive e non giustificate dai fondamentali. Gli operatori di mercato, almeno finora, hanno fatto orecchie da mercante e hanno continuato a comperare. Fatto 100 il gennaio 2021, il Nasdaq 100 si colloca oggi a 220, lo Standard and Poor 500 a 200.

Anche l’Europa non è andata male, ma la differenza con gli indici Usa è notevole: nello stesso periodo l’Eurostoxx 50 e’ salito del 76%. La Banca dei Regolamenti Internazionali (che in sostanza è la banca centrale delle banche centrali) parla di “animal spirits” legati all’IA e segnala il rischio di un’interruzione brusca del boom.

Gli investimenti dei cinque maggiori produttori di AI – Alphabet, Amazon, Meta, Microsoft e Oracle – stanno crescendo molto più degli utili e dei flussi di cassa. Il punto è che la competizione per conquistare una posizione dominante può spingere le aziende a impegnare risorse eccessive in progetti dai rendimenti ancora incerti: se i benefici economici dell’IA risultassero inferiori alle attese, il finanziamento potrebbe ridursi improvvisamente, trasformando il boom degli investimenti in una fase prolungata di contrazione.

A rendere il ciclo più fragile, sempre secondo la BRI, è anche il conflitto in Iran che sta alimentando l’inflazione e spingendo i mercati a prevedere politiche monetarie meno espansive e tassi elevati più a lungo. Allo stesso tempo, i timori per le conseguenze fiscali del conflitto e per la sostenibilità di debiti pubblici, già di per sé elevati, stanno contribuendo a mantenere alti i rendimenti dei titoli di Stato a lunga scadenza. Per le imprese dell’IA, che devono finanziare investimenti ingenti e di lunga durata, ciò comporta un aumento del costo del capitale e una maggiore difficoltà a sostenere la spesa tramite nuovo debito.

Sullo stesso tono sono tutte le altre principali banche centrali. La più cauta, forse per comprensibili motivi politici, è la FED che ieri ha mantenuto i tassi invariati e cita un sondaggio fra operatori di mercato che vedono l’AI fra i rischi più citati per i successivi 12-18 mesi. Siamo dunque destinati a vedere una ripetizione dei (frequenti) disastri del recente passato, con crolli del 50% e più? Gli ottimisti guardano a quello che è successo al mercato del Private Credit, che tanti consideravano una bolla.

I dati disponibili a metà 2026 restituiscono l’immagine di un mercato che ha attraversato un reality check, non lo scoppio di una bolla. La presunta bolla del Private Credit si è rivelata, con le informazioni oggi a disposizione, un episodio di re-pricing, ossia aggiustamento di prezzo, molto concentrato, con vincitori e vinti e una dispersione di rendimenti più marcata rispetto al passato, una disciplina di underwriting che è tornata a valutare il merito di credito dopo anni di competizione eccessiva tra prestatori.

In sostanza, dopo un’ubriacatura, in cui sembrava che il private credit fosse la nuova corsa all’oro, si è tornati alla sobrietà e questo non ha comportato disastri sistemici nel resto dell’economia americana. In Europa, secondo la BCE, non è successo nulla che sia degno di nota.

(InPiù del 30/07/2026)

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