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L’Ucraina nell’Ue è una bomba politica

Il tema è urgente, ma solo ora l’Italia sembra accorgersene

di Stefano Feltri

di Stefano Feltri

All’improvviso la politica italiana si è messa a discutere dell’allargamento dell’Unione europea ai Balcani occidentali e, soprattutto, a Ucraina e Moldova. Il tema è urgente da tempo, ma solo ora l’Italia sembra accorgersene. Troppo tardi.

Per una lunga fase Giorgia Meloni si era convinta di poter condizionare le decisioni di Bruxelles (oltre che di Washington) anche su questi temi. Ora la premier ha capito che è destinata a subirle con pesanti conseguenze elettorali per Fratelli d’Italia vista la concorrenza sul lato europeista della coalizione da parte di Forza Italia e quella di Lega e Futuro nazionale (Vannacci) sul fronte euroscettico.

La rottura con Donald Trump non ha restituito centralità europea alla premier. Anzi. Dopo aver sostenuto per due anni di essere il “ponte” che teneva unito l’Occidente, Meloni non aveva possibilità di riconvertirsi a protagonista di una sola delle due sponde, quella europea.
Questa irrilevanza si manifesta proprio sul dossier dell’allargamento, con Francia e Germania che lanciano iniziative politiche per gestire i due casi più complicati, Ucrainae Moldova, mentre l’Italia rischia di perdere centralità anche sul fronte a cui è più interessata, cioè l’allargamento dell’Ue ai Balcani occidentali, a cominciare da Montenegro e Albania.
Gli albanesi – che guardano la tv italiana e considerano l’Italia il primo sponsor della loro adesione – non dimenticheranno l’incidente di venerdì 5 giugno: Meloni che salta il vertice Ue-Balcani in Montenegro perché impegnata a presentare un francobollo celebrativo dell’Arma dei carabinieri.

Una diserzione polemica per essere stata esclusa dall’iniziativa di Francia, Regno Unito e Germania a supporto del presidente ucraino Volodymyr Zelensky per le possibili trattative con la Russia.

Per stizza, Meloni sceglie di rendersi ancor meno rilevante, peraltro su un dossier -quello dei Balcani occidentali – che è di chiaro interesse nazionale per l’Italia e politico per il governo in carica (vedi l’investimento nei centri albanesi per l’espulsione accelerata di migranti arrivati in Italia).
Questa è soltanto l’anteprima del tipo di tensioni che il nuovo processo di allargamento dell’Ue può innescare.

Per l’Ucraina, l’urgenza è doppia: Zelensky non può presentare alla sua opinione pubblica una tregua con Vladimir Putin, specie se con pesanti concessioni territoriali, ameno che non ottenga qualche risultato politico chiaro.

Sfumata l’adesione alla Nato – promessa nel 2008 – il dibattito si era spostato sulle “garanzie di sicurezza” ma qualunque impegno da parte degli inaffidabili Stati Uniti guidati da Donald Trump ora non verrebbe preso sul serio, e l’Europa ha meno capacità operativa militare effettiva della sola Ucraina. Dunque non resta che l’ingresso nell’Ue come prospettiva.

Serve a Zelensky e serve all’Ue che ormai ha deciso di integrare l’esercito ucraino – con i suoi droni, la sua esperienza, i suoi 900.000 soldati attivi – nella nuova infrastruttura di sicurezza post-americana retta sulla Germania e su una Nato europeizzata.

L’ex presidente del Consiglio europeo Charles Michel aveva indicato il 2030 come la data “big bang” per il nuovo allargamento. Ma è al contempo troppo lontano e troppo vicino per l’Ucraina che ha bisogno di risultati subito ma non ha tempo e condizioni per fare tutte le riforme necessarie in tempo.

Dunque sul fronte Ue si cercano alternative che diano subito una vittoria politica a Zelensky senza distruggere l’Unione. L’Ucraina ha fatto domanda di adesione subito dopo l’attacco russo, il 28 febbraio 2022, il primo “cluster” negoziale, cioè un insieme di dossier su cui dimostrare risultati, dovrebbe aprirsi il 15 giugno.

Dopo aver rinviato discussioni esplicite su come gestire l’Ucraina per anni, rallentati dal veto dell’Ungheria, gli Stati membri adesso cercano scorciatoie: la Germania suggerisce una “associazione” politica che non implica immediata integrazione nel mercato unico e nelle istituzioni. Quasi soltanto un segnale a Putin. Ma Zelensky vuole tutto e subito, o almeno presto.
Ogni corsia preferenziale per l’Ucraina – e la Moldova – rischia di compromettere i rapporti con i Paesi dei Balcani occidentali, che aspettano il loro momento dal 2003.Inoltre, è chiaro che i leader europei vogliono prendere decisioni su Kiev il meno possibile soggette a voti negli Stati membri (i trattati di adesione vanno approvati dai Parlamenti o in referendum, a seconda delle legislazioni nazionali).

Un’adesione dell’Ucraina motivata da imperativi geopolitici che scavalca il dibattito nazionale aumenterà la diffidenza. Specie in assenza di ogni piano di riforma della governance dell’Ue, visto che la Commissione di Ursula von der Leyen continua a rinviare le proposte promesse da tempo.

Secondo le stime del think tank Bruegel, in assenza di aumenti del bilancio comunitario o di revisione delle regole con cui vengono ripartiti i fondi di coesione e per la politica agricola comune, il costo dell’allargamento all’Ucraina per gli altri Stati membri sarebbe di 136 miliardi di euro in termini di minori risorse disponibili.
Abbiamo avuto ondate di proteste e voti anti-Ue per molto meno.

L’Italia avrebbe tutto l’interesse a guidare o almeno partecipare a decisioni così cruciali, ma le scelte in termini di alleanze e politica estera di Giorgia Meloni ci hanno reso meri spettatori.

Ora iniziano a capirlo anche i partiti della maggioranza di governo, oltre quelli di opposizione, con i Cinque stelle già posizionati a intercettare l’elettorato euroscettico di sinistra.

(ItalyPost 06/06/2026)

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