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Il re dollaro non è morto l’egemonia americana sopravvive con la forza

di Giampaolo Galli

di Giampaolo Galli

Il biglietto verde non è morto perché il “commander in chief” non sta smantellando l’impero americano. Vuole ricostruirlo fuori delle regole del diritto solo nella logica degli accordi fra grandi potenze
Storicamente i sistemi finanziari seguono le sorti delle grandi potenze. Il secolo scorso si aprì con il dominio della sterlina, la moneta del grande impero britannico, e si chiuse con lo strapotere del dollaro, dal momento che gli Stati Uniti erano diventati la potenza egemone.
Dopo la dichiarazione di inconvertibilità del dollaro da parte del Presidente Nixon nell’agosto 1971, in Europa andò gradualmente affermandosi il dominio del marco tedesco, anche se,
come è stato detto, la Germania era probabilmente un egemone contro voglia.

La riduzione
Oggi ci si chiede se non sia in corso una riduzione del ruolo del dollaro come valuta internazionale, ossia come moneta utilizzata sia come riserva di valore, da parte delle banche centrali ma anche dei privati, sia come mezzo per scambi internazionali. La domanda è pertinente perché nuove potenze stanno emergendo – la Cina innanzitutto, in prospettiva l’India e forse il (per ora) mitico “Global South”- sia perché i Maga di America First sembrano essersi stancati del ruolo degli Stati Uniti come potenza egemone.
Per qualche giorno, dopo il cosiddetto Liberation Day del 2 aprile scorso, le reazioni deimercati finanziari furono coerenti con l’idea che il ruolo del dollaro fosse destinato a ridursi.
L’ondata di incertezza generata dall’annuncio dei “dazi reciproci” provocò una reazione tipica dei Paesi emergenti e non di un Paese egemone. In pochi giorni, persero valore
contemporaneamente il dollaro, i titoli del tesoro Usa e Wall Street. Questo significa che vi fu un inizio di fuga di capitali dagli Stati Uniti, in buona parte a favore dell’oro, una realtà che non è coerente con il ruolo di moneta egemone. Tipicamente in passato in momenti di grande incertezza e volatilità sui mercati internazionali si era registrato un rafforzamento del dollaro e dei titoli del tesoro americani, considerati il porto sicuro della finanza internazionale.
Dunque gli Stati Uniti non erano più considerati un porto sicuro, o comunque si cominciò a ragionare lungo queste linee. I fatti successivi, fino ad oggi, non hanno confermato quella
linea di ragionamento e i mercati americani stanno andando molto bene. Ciò può essere dovuto alla spinta degli enormi investimenti in Intelligenza Artificiale, ma anche agli
arretramenti di Trump che ha molto ridotto i dazi e la loro copertura merceologica rispetto all’annuncio iniziale, dimostrando così di non essere insensibile né alle reazioni dei mercati né soprattutto alle proteste delle imprese e dei consumatori americani e in qualche caso dei capi di stato esteri.
Inoltre, conta il fatto che nei fatti finora Trump sembra molto più interessato a rafforzare l’impero Usa che a mettere America First: il contrario dell’isolazionismo invocato dai Maga.
Questo è probabilmente il punto chiave. Come argomenta uno storico di Science Po, Jonathan Levy, l’impero americano non è affatto morto, ma si sta ridefinendo, al di fuori del soft-power e delle regole del diritto internazionale, con brutalità, nell’ambito di una logica di potenza e di accordi fra grandi potenze. Gli europei giustamente si lagnano, ma sanno che non possono fare a meno degli Stati Uniti.

Gli ostacoli a Trump
Non è detto che il progetto imperiale di Trump abbia successo: possono esserci ostacoli dai tribunali, a cominciare dalla Corte Suprema, dalle elezioni di mid-term e anche dai deputati e senatori repubblicani. Questo oggi è l’elemento chiave di incertezza a cui sono appese le sorti del dollaro: perso il soft power, che è stato tanto importante dal dopoguerra a oggi, riuscirà Trump a imporre con la forza l’egemonia americana?
Ma quali sono i vantaggi e gli svantaggi di una valuta egemone? Su questo punto si è fatta una grande confusione dal momento che Trump sostiene che i deficit commerciali degli Stati Uniti sono il risultato di politiche aggressive e ostili degli altri Paesi. Non è così, se non in casi piuttosto rari. L’enorme vantaggio della valuta di riserva internazionale è il fatto di non doversi preoccupare dei deficit commerciali, o meglio delle partite correnti (che
comprendono oltre alle merci, anche i servizi). Questo vantaggio è “il privilegio esorbitante” di cui parlò già negli anni sessanta Valéry Giscard d’Estaing. In sostanza, gli Stati Uniti comprano dall’estero con una moneta che producono essi stessi e che quindi non sarà mai scarsa. Qualunque altro Paese al mondo, quando ha un deficit esterno, prima o poi deve o svalutare oppure fare politiche di austerità.
Fra i vantaggi della valuta di riserva ci sono anche quelli non economici. Come abbiamo visto quest’anno, gli Stati Uniti possono usare il dollaro come arma, perché possono escludere un Paese dalla possibilità di usare dollari, con il che rende molto complessi gli scambi con l’estero del Paese colpito.
Un’altra considerazione induce a pensare che l’annuncio della morte del dollaro sia probabilmente prematuro: nessun Paese al mondo ha mercati tanto grandi e liquidi, come gli Stati Uniti. L’euro potrebbe essere un’alternativa se si sviluppasse davvero un grande mercato degli eurobond, che ora è pressoché inesistente. Dunque, c’è un’opportunità per l’Europa. Si riuscirà a coglierla?

(Repubblica del 02 marzo 2026)

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